Aspettando la fine del mondo

NEW YORK. Il cartello con il simbolo della Bomba è ingiallito e a malapena riesci a leggere il numero sotto la scritta “Capacity”. Fatica inutile. Cercare quaggiù rifugio sarebbe ancora più pazzesco che credere davvero alla fine del mondo in arrivo: «Erano già  inservibili quando furono attrezzati per un attacco nucleare: cinquant’anni fa. Oggi potrebbero soltanto servire come depositi». Qui a New York Andrew Gonsalves ne ha contati la bellezza di 139: 139 rifugi della Guerra Fredda che i nuovi fanatici vorrebbero per l’Apocalisse prossima ventura. «Ma se la fine del mondo dovesse davvero venire» ci dice il giovane studioso e blogger «chiudersi in una scatola sottoterra sarebbe ancora più inutile».
Come dargli torto? Fanno bene i ragazzi di Rochester, lassù nell’Upstate, che nell’attesa della fine del mondo hanno pensato di non farsi mancare niente: cinque dj e open bar con cocktail a volontà , le danze che cominciano la sera di questo maledetto venerdì 21 dicembre e finalmente esplodono quando la mezzanotte sarà  scoccata, segnando la fine del giorno che secondo la profezia Maya dovrebbe segnare la fine dell’universo. La profezia di Frozen Oasis, il supergruppo di P. R. che ha organizzato questa “The End Of The World Convention” proprio lassù, dove lo stato di New York si affaccia sul gelo del Canada, è evidentemente molto più modesta: «Ci divertiremo da morire». Ma è proprio l’espressione usata – «da morire» – che fa venire ancora di più i brividi che la natura, questo è certo, non farà  mancare: Weather Channel, che ha qualche strumento scientifico più raffinato che i Maya, prevede venerdì notte 5 gradi sotto zero – e neve, neve, neve, neve.
C’è poco da scherzare. La fine del mondo è così vicina che tre giorni prima, il 18 dicembre, la tv del National Geographic dedicherà  proprio a New York la puntata di «Doomsday Preppers», il fortunatissimo show che indaga sui gruppi che si preparano all’Apocalisse. Basta un’esplosione a Indian Point, 60 chilometri a nord, la centrale nucleare disegnata con gli stessi crismi di Fukushima, e l’inizio della fine farebbe di Aton Edwards, un colosso nero che sembra la controfigura di Morgan Freeman, l’uomo più richiesto della Grande Mela: particolare peraltro poco significante in vista della fine. «Il piano prevede l’evacuazione di 20 milioni di persone da tutta la peak injury zone, cioè un raggio di 50 miglia dal centro del reattore», spiega il capo di International Preparedness Network al New York Post. Evacuarli come? «Se vivi a Manhattan, Brooklyn, nel Queens o a Staten Island, mica potrai metterti in macchina: i ponti saranno intasati da tutti quello che fuggono». Ecco dunque a cosa serve essere prepper – preparati: allenandosi a fuggire in bici o scooter. Prima che sia troppo tardi.
Hai voglia a dire che non serve: o meglio non servirà . La Nasa ha messo in campo uno dei suoi migliori astrofisici, David Morrison, per spiegare in un video che sta scalando YouTube alla velocità  di Gangnam Style che non c’è nulla da temere: il professor Morrison ha smontato una per una tutte le previsioni, partendo dalle 5mila domande che l’ente spaziale aveva ricevuto ancora prima della messa in onda del video. Niente. I Maya Believers, i fedelissimi della fine del mondo, corrono a mettersi in salvo, novelli Noè, sulle vette dei nuovi monti Ararat identificate grazie a interpretazioni che si rincorrono senza nessuna verifica su Internet: provocando il caos. Le autorità  francesi hanno chiuso dal 19 al 23 dicembre l’accesso a Bugarach, il villaggio di 200 anime sui Pirenei indicato come uno degli ultimi rifugi. Sessantamila persone hanno preso d’assalto Sirince, il borgo in Turchia vicino a Efeso dove secondo la tradizione sarebbe stata assunta in cielo la Madonna. L’ultimo domicilio conosciuto della salvezza è un monte che la natura ha disegnato a forma di piramide nei Carpazi, Mount Rtany, in Serbia. Mentre l’incontrastato eroe degli apocalittici è un cinese chiamato Lu Zhenghai, che ha speso la vita (e almeno 160mila dollari) a costruirsi la sua personalissima arca, l’Atlantis, nella convinzione che la fine del mondo si realizzerà  appunto con una alluvione globale.
Ma che cosa nasconde davvero l’antica profezia? E perché i Maya avevano calcolato la fine del loro calendario dopo 5125 anni, nella data che tradotta nel nostro calendario ci accompagna appunto fino al 21 dicembre 2012? Geoffrey Braswell, il professore dell’Università  di California che sui Maya è più che un luminare, giura all’Ap che «l’idea della fine del mondo appartiene piuttosto alla nostra cultura: storicamente non sappiamo neppure se i Maya credessero a qualcosa del genere». Un colpevole per la verità  ci sarebbe. Michael D. Coe è l’archeologo e antropologo che nel suo fondamentale The Mayas ipotizzò per primo che «nell’ultimo giorno del 13esimo b’ak’tun – unità  di misura del tempo della civiltà  mesoamericana – l’Armageddon si sarebbe potuto portare via le genti degenerate del mondo».
Era il 1966: ed è da allora che gli autoeletti non degenerati hanno sincronizzato gli orologi nel conto alla rovescia. Occhio alle date però. La metà  dei Sessanta vede anche il fiorire della civiltà  New Age. E se gli apocalittici interpretano i Maya aspettando la fine del mondo, rilanciata anche dal successo del film “2012”, i fan dell’età  dell’Acquario sognano invece un periodo di rigenerazione spirituale: due rette parallele che si incontreranno, irrimediabilmente, il 21 dicembre. Così, mentre nella centralissima Karl Marx Street di Chelyabinsk, nel sud della Russia, l’ennesima setta millenarista oggi realizza un immenso arco Maya di ghiaccio, dall’altra parte del mondo, al sole di Culver City, Los Angeles, ci si prepara alla notte di rigenerazione spirituale, qui dove New Age è il nome perfino di un noto negozio di riparazione di automobili.
Naturalmente non poteva mancare chi della fine del mondo ha fatto addirittura un mestiere. John Kehne, un tizio di Louisville, Kentucky, la città  finora famosa per essere la casa del grande Mohammed Ali, ha steso tutti gli avversari sul ring di Internet, allestendo dal niente un sito da 5 milioni di visitatori, avendo registrato per primo il nome “december2120012. com”. Ma un business l’Apocalisse è diventata soprattutto dove avrebbero invece qualche motivo per preoccuparsene di più: cioè proprio nel Messico che fu dei Maya. Sì, Jose Manrique Esquivel, uno degli ultimi discendenti dell’antico popolo, corteggiato dalle tv di tutto il mondo, ora dice che la sua comunità , lì nella penisola dello Yucatan, la notte del 21 dicembre festeggerà  «perché questa data segna la celebrazione della nostra sopravvivenza malgrado secoli di genocidi e oppressioni». Ma meno ai diritti umani e più al portafoglio pensano invece le grandi catene alberghiere che dal Marriott di Cancun al Fairmont di Playa del Carmen hanno messo a punto costosissimi pacchetti: tra una lezione di kundalini, che per la verità  in quanto principio yoga arriva dall’India, e una cena tradizionale a base di yucca, verdolaga e chayote, dolce sarà  l’attesa dell’Armageddon.
Sperando che abbia davvero ragione Dan Piraro, il celebre cartoonist Usa. Nella sua ultima vignetta c’è un giovane Maya che con un pizzico di imbarazzo mostra al sacerdote il calendario appena scolpito sulla ruota di pietra: «Avevo spazio solo fino al 2012… «. «Oh oh: un giorno questo farà  andare fuori di testa qualcuno».


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