Il lavoro degli immigrati più precario e più sfruttato

ROMA. Denunciano di essere costretti a lavorare in condizioni sempre più difficili e pericolose, spesso in nero e di di guadagnare di meno; temono inoltre di perdere diritti e diventare ancora più ricattabili, dequalificarsi.
Questo il quadro che emerge nel VII Rapporto della Fillea-Ires Cgil sulle «paure» dei lavoratori immigrati nel settore dell’edilizia rispetto alla crisi, curato dai ricercatori Emanuele Galossi e Giuliano Ferrucci e presentato ieri a Roma all’Assemblea nazionale dei lavoratori stranieri promossa dalla stessa Fillea alla presenza del segretario di categoria Walter Schiavella e, per la Cgil nazionale, della segretaria confederale Vera Lamonica. Quest’anno infatti il rapporto è arricchito da un’indagine, realizzata in collaborazione con le strutture territoriali della Fillea, che si è posta l’obiettivo di indagare, da un lato, appunto la paure e gli effetti della crisi sui lavoratori stranieri e, dall’altro, la qualificazione del lavoro nel settore.
L’indagine è stata condotta attraverso la compilazione di un questionario in 7 regioni raggiungendo 100 lavoratori di 19 differenti nazionalità . Alla domanda «Dove si sono fatti sentire maggiormente gli effetti della crisi nel tuo lavoro?» la maggior parte degli intervistati (58,6%) ha risposto dicendo che le retribuzioni si sono abbassate (anche a causa delle minori giornate di lavoro) e che le condizioni di lavoro sono peggiorate (33,3%). Vanno segnalati tra gli altri effetti anche l’aumento del lavoro nero (17,2% delle risposte) e l’allungamento degli orari di lavoro (21,2%).
Oltre alla contrazione dell’occupazione è piuttosto significativo anche il ricorso alla cassa integrazione. Nel corso del I semestre del 2012 sul totale dei cassa integrati afferenti il settore delle costruzioni il 33% è di nazionalità  straniera. Considerando che il peso complessivo degli immigrati sul totale degli occupati è del 19%, è facile intuire come per i lavoratori stranieri il ricorso alla cassa integrazione sia mediamente più alto che tra gli italiani.
La crisi ha prodotto, evidentemente, anche dei cambiamenti nella vita dei lavoratori migranti: innanzitutto segnalata la riduzione dei consumi (per il 67,3% degli intervistati), ma anche un cambiamento nel progetto migratorio (32,7%). Si comincia a configurare per molti l’ipotesi di emigrare verso altre destinazioni oppure di fare ritorno al paese d’origine. Emerge di conseguenza anche la difficoltà  a garantire l’invio delle rimesse o la necessità  di far lavorare i familiari che prima non lavoravano (sia i partner che i figli).
Per quanto concerne, invece, la qualificazione lavorativa, l’80% degli intervistati sono lavoratori non specializzati di primo o secondo livello nonostante l’anzianità  media lavorativa sia di circa 9 anni. Solo il 40% del campione, inoltre, ha avuto una progressione in carriera (in media dopo 4 anni) e oltre il 66% non si sente valorizzato. In tal senso, va anche sottolineato il dato relativo alla formazione: oltre il 76% dichiara di avere un’esigenza formativa, ma mentre il 16% viene formato in azienda, gli altri per la maggior parte dicono di «arrangiarsi» da soli o di non avere tempo a disposizione.


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