Il Novecento dei ricordi, un secolo lungo

La malizia della Rodocanachi, gli scherzi di Montale, le gambe di Dora Markus 

PAOLO DI STEFANO - CORRIERE DELLA SERA Sergio Segio • 19/12/2012 • Libri & culture • 275 Viste

Chi conosce ancora Lucia Rodocanachi? E Camillo Sbarbaro? E Luciano Foà ? La traduttrice, il poeta ligure per eccellenza, il grande editore, fondatore della Adelphi. Sono tre nomi scelti a caso tra i tanti che affollano il libro di Giuseppe Marcenaro, Testamenti (sottotitolo: Eredità  di maà®tresse, vampiri e adescatori, Bruno Mondadori editore). Scelti a caso per dire quanto quelle persone, un tempo neanche troppo lontano al centro della scena culturale italiana, appaiano oggi come ombre, fantasmi provenienti da lontananze archeologiche.

Il tempo ha questo tratto curioso: probabilmente Manzoni era molto più vicino a Montale di quanto lo stesso Montale lo sia a noi. Eppure l’anagrafe dichiara il contrario. Il bello di libri come quello di Marcenaro è che ogni strabismo viene miracolosamente annullato. Perché lo stile dei ritratti ci fa apparire quei personaggi come persone vivissime, pur senza strapparle dal loro tempo. Che non è il nostro. Vicinanza e distanza. Il libro intreccia il flusso del racconto memoriale e i documenti (anche fotografici), cartoline, disegni, lettere finora rimaste nei cassetti. Sono i testamenti che compongono un’eredità  ideale di amicizie, «presenza volatile di chi non c’è più».
Si parte con un’immagine montaliana: i grilli del focolare, quelli che, rintanati nei ceppi di ulivo, finivano in un caminetto esalando «estremi cri-cri». Tutto un gioco di specchi letterari: nella stanza del camino c’era pure Lucia Rodocanachi, la donna che aveva letto tutti i libri del mondo (preferibilmente in lingua originale), la négresse inconnue, la negra sconosciuta che traduceva per i suoi amici letterati (Montale ma anche Vittorini e Gadda), sempre rimanendo nell’ombra. Conobbe Eugenio-Eusebio quand’era direttore del Vieusseux, e ne approfittò per chiedergli l’invio di numerosi romanzi che restituiva con scarsa puntualità : tra i due ci fu un trasporto di tenerezza, complicità  affettuosa, senza amore ma con un po’ di malizia. A lei Montale affidò scherzi, ciarle e maldicenze, come quella registrata in una lettera a proposito di una «noiosissima cena» con Gianna Manzini, «ricchissima di ricordi d’amore pederastici da parte dei suoi amici». Bello il ricordo degli ultimi giorni della Rodocanachi, confortati da Ilde, una straordinaria cuoca: «Morì il 22 maggio 1978, nel tardo pomeriggio. Piovigginava. Faceva caldo. L’aria pesante. Nella notte, sul davanzale della camera ove Lucia era composta, venne a posarsi una civetta. Compì due o tre piccoli passi e poi volò via. Perdendosi nel buio, oltre gli ulivi».
Sempre Montale. A pagina 38 troviamo le famose gambe di Dora Markus. E da lì parte il racconto ravvicinato delle muse montaliane: Irma Brandeis, ovvero Clizia; e Arletta, Esterina, Gerti, la Mosca, la Volpe. «Un femminaio, la cui sorte non fu mai il talamo»: Carlo Bo, che lo conosceva bene, annota Marcenaro, «raccontava che Montale avrebbe ambito a una esistenza tranquilla, a Genova. Quella di un piccolo borghese nella sua città  (…). Magari un matrimonio incolore che gli consentisse il decoro». In effetti, nonostante le promesse, Eusebio non raggiunse mai Irma in America. A pagina 69, c’è un delicato ritratto di Esterina Rossi, sbarazzina ottantenne: «Minuta, sembrava quasi sparire nel sofà  fiorato del salottino della sua casa, alle cui pareti stavano i lari di una vita: i pastelli di Montale». A proposito di muse, Marcenaro rievoca la polemica scatenata sul «Corriere» nel 1997 da un intervento di Dante Isella sull’inautenticità  del Diario postumo allestito da Annalisa Cima e considerato un «fendente» tirato a se stesso dal poeta medesimo.
I rapporti complicati con Giovanni Ansaldo, il caporedattore del «Lavoro», punto di riferimento della Genova gobettiana, «celebre per il sarcasmo, ruvido come una carta vetrata», vengono narrati con ironia. C’è un aneddoto dei primi anni Venti che illustra al meglio il carattere dei due. Lo raccontò Emilio Servadio: «Un giorno Montale mi fece leggere un manoscritto di due o tre delle sue poesie, estratte furtivamente da una tasca, e messe sotto i miei occhi con un anticipato commento deprecativo, nella maniera semiburbera e bofonchiante ben nota a chi conosce il poeta. Rimasi molto colpito, e gli dissi semplicemente che a me quei versi sembravano bellissimi. La mia dichiarazione fu accolta con un “bah!” e una mezza alzata di spalle (…). Quando uscì Ossi di seppia ebbi il coraggio di portare un articolo sul libro a Giovanni Ansaldo, per “Il Lavoro”. Ansaldo me lo restituì subito, strepitando — con la sua voce nasale — che io ero matto a elogiare in tal modo un libretto di versi. “Lei ne scrive come si trattasse di un nuovo Leopardi”, aggiunse indignatissimo».
Nel ’29 Ansaldo descrisse il poeta come uno cui «pare che il mondo lo disgusti e lo spaventi».
Ancora Lucia, ad Arenzano. Ma questa volta con Carlo Emilio Gadda. A pagina 88 troviamo la stilografica Omas con la quale l’Ingegnere scrisse La cognizione del dolore: un omaggio offerto alla Rodocanachi. Gadda aveva concepito le pagine satiriche sull’architettura razionalistica proprio nella casa di Lucia. Ma poi fu preso da uno dei suoi scrupoli paranoici quando si ricordò che quella casa era stata progettata dal marito della Rodocanachi, architetto à  la page. Non fosse mai che loro pensassero… Scrisse scusandosi, a prescindere: «Il mio bersaglio è la stupidità : non le cose ben fatte. E, se avessi dei soldi, mi farei una casa press’a poco come la loro». Inutile aggiungere che la Omas, reperto «silente e arcano», fu regalata dalla vecchia Lucia allo stesso Marcenaro per diventare «uno dei concreti fantasmi della concupiscente erraticità  della memoria».
La memoria erratica di Marcenaro ci porta ad altri testamenti con rispettivi «legati»: a Genova una conferenza dantesca di Luzi, interrotta dal rumoreggiare del pubblico, irritato dall’eccessivo dilungarsi dell’oratore; l’ottantenne Carlo Betocchi, che «si prodigava per passare il testimone con naturalezza, come se cercasse la continuità  della sua opera in quella delle generazioni future»; Giorgio Voghera incontrato a Trieste. Sbarbaro, il poeta cercatore di licheni, lo vediamo in fotografia a pagina 134, su un terrazzino dietro vasi di gerani in fiore: «Depresso? Quando mai? — scrisse la sorella Clelia — Millo era allegro e spiritoso». Luciano Foà , che solo dopo 25 anni di amicizia dice a Marcenaro: «Potremmo cominciare a darci del tu». Parlava lentamente, Foà , ma con chiarezza: Montale, secondo lui, fingeva di ignorare l’Adelphi. Come mai? «Ha sempre pensato che ci fossimo appropriati dell’amicizia di Bobi (Bazlen) che lui riteneva esclusiva…». Infine, a pagina 178, c’è un uomo in tuta, biondiccio, occhi azzurri e naso da pugile, spalle imponenti, enorme. Sente suonare alla porta. Apre. È una ragazza che vuole proporgli un’inchiesta sulla lettura. Forse scambia l’uomo enorme per un metalmeccanico in pensione. «Quanti libri acquista più o meno?». Risposta: «Cento». Sorpresa: «Cento libri l’anno!?». Replica calma: «No, in un mese». L’uomo in tuta era Giuseppe Pontiggia, il sommo Peppo.
Le eredità  raccolte da Marcenaro sono ora eredità  per tutti.

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