Il sorpasso del petrolio USA

NEW YORK. Fra soli quattro anni ci sarà  il sorpasso Usa-Russia nella produzione di gas. E due anni dopo, il più clamoroso: l’America produrrà  più petrolio dell’Arabia Saudita. Praticamente è dopodomani, rispetto ai tempi “geologici” con cui in passato cambiavano gli assetti dell’energia mondiale. Aggiungete l’escalation costante del Canada. Lo sfruttamento dei giacimenti offshore sulle coste del Brasile. Il boom della Colombia che rivaleggia con Venezuela e Brasile. Più l’avanzata di una
Green Economy sostenuta dalla Casa Bianca di Obama e da Dilma Roussef a Brasilia.È un Nuovo Mondo che a grandi passi s’impadronisce della leadership energetica del pianeta. “Sceicchi Uniti d’America”: il futuro prossimo cancellerà  la centralità  del Medio Oriente e del Golfo Persico, sconvolgerà  equilibri e rapporti di forze che durano da oltre mezzo secolo. Tutto il baricentro del potere energetico si sposta velocemente verso le Americhe, grazie alle nuove tecnologie che hanno reso competitive delle risorse un tempo solo virtuali. Questo scenario, dai tempi incredibilmente ravvicinati, avrà  effetti profondi sulla competitività  dell’economia americana, restituendole una marcia in più rispetto a Cina e India (per non parlare dell’Europa). Non significa che vedremo scomparire presto la Quinta e Sesta Flotta dal Mediterraneo e dal Golfo Persico: una potenza neoimperiale non si spoglia facilmente delle proprie responsabilità  strategiche. Ma il “movente petrolifero” non inquinerà  sistematicamente le azioni della diplomazia Usa nel mondo arabo, com’era accaduto dalla seconda guerra mondiale in poi. Mentre la dipendenza dal Medio Oriente sarà  un handicap riservato a Europa, Cina, India.
Non è fanta-economia. Queste previsioni hanno il sigillo della massima autorevolezza, sono sostanzialmente delle certezze. Le ha elaborate l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) con sede a Parigi, sono contenute nel suo World Energy Outlook.
Barack Obama ne è consapevole e annuncia «l’autosufficienza energetica degli Stati Uniti entro due decenni». Questo traguardo sembrava impensabile ancora pochi anni fa. Ecco i numeri più significativi dell’Outlook, confermato da altri centri studi indipendenti. Gli Stati Uniti nel 2017 sorpasseranno l’Arabia Saudita ed entro il 2020 consolideranno il primato mondiale estraendo dal proprio sottosuolo o giacimenti offshore 10,1 milioni di barili di greggio al giorno, ben 500.000 barili quotidiani in più rispetto all’Arabia Saudita. La direzione di marcia è già  visibile oggi: nel primo semestre di quest’anno gli Usa hanno generato l’83% del proprio fabbisogno energetico con risorse domestiche: sommando petrolio, gas naturale, carbone (in calo), energie
rinnovabili (in forte aumento). Sempre nel corso del 2012 le importazioni di petrolio estero da parte degli Stati Uniti sono scese dell’11%, e la stragrande maggioranza di questi acquisti ormai avviene presso paesi vicini e politicamente alleati: Canada, Messico. Il petrolio dal Medio Oriente verso gli Usa si è già  ridotto a un rigagnolo, un’entità  trascurabile. Gran parte del merito va al progresso tecnologico. Da un lato, Obama fin nel gennaio 2009 (esordio del suo primo mandato) assegnò una quota significativa della sua “manovra di stimolo alla crescita” (800 miliardi di dollari di investimenti pubblici anti-recessione) alla Green Economy.
D’altro lato, i petrolieri americani hanno fatto passi da gigante nell’uso del “fracking”  (da “hydraulic fracturing”), quella tecnologia che usa potenti getti d’acqua e solventi chimici per separare petrolio e gas dalle rocce. Le proteste degli ambientalisti — per l’impatto del “fracking” sulle falde acquifere — hanno portato a creare ostacoli, controlli e nuove regole, ma non hanno bloccato l’avanzata di questo processo. Allo stesso modo, il veto “verde” posto da Obama al prolungamento dell’oleodotto canadese XL (“extra-large”) non ha impedito che sul mercato del gas naturale ci sia una sovrabbondanza dell’offerta dai giacimenti nordamericani: con conseguente caduta dei prezzi. Peraltro le politiche di Obama hanno incentivato i risparmi, costringendo le grandi case automobilistiche Usa a cambiare la gamma di offerta dei propri modelli in favore di cilindrate meno energivore, motori ibridi o elettrici.
In effetti l’Aie prevede che quando l’America raggiungerà  il traguardo dell’autosufficienza energetica, per il 55% ciò avverrà  grazie all’aumento della produzione domestica, ma il rimanente 45% sarà  una conseguenza dei risparmi e progressi di efficienza. Il livello dei consumi petroliferi Usa ritornerà  dov’era negli anni Sessanta. Entro il 2035 gli americani useranno un terzo di greggio in meno rispetto ai consumi di oggi. Le conseguenze sulla competitività  del made in Usa? Sempre nelle proiezioni Aie, imprese e famiglie americane godranno di tariffe elettriche inferiori del 50% a quelle europee; questo soprattutto grazie alla diffusione di centrali termoelettriche alimentate dal gas naturale, il combustibile meno caro (e fra tutti quelli “carbonici”, il meno inquinante in termini di emissioni CO2).
Se le Americhe entrano in un’Età  dell’Oro sotto il profilo energetico, per il resto del mondo lo scenario è diametralmente opposto. Lo scenario Aie indica che i consumi mondiali nei prossimi 22 anni cresceranno ancora del 35%, ma quasi tutto questo aumento sarà  concentrato in Cina e India (le due nazioni più popolose del pianeta, con 2,5 miliardi di abitanti insieme). Anche qui lo spostamento degli equilibri è sconvolgente, soprattutto se i paragoni risalgono di qualche decennio indietro. Nel 1969 gli Stati Uniti da soli consumavano un terzo di tutto il petrolio mondiale, la Cina meno dell’un per cento. Oggi la quota dei consumi Usa è scesa al 22% sul totale mondiale, quella cinese è cresciuta all’11% (nel frattempo la Cina ha aumentato a dismisura anche il suo utilizzo del carbone per le centrali). Entro otto anni al massimo, la Cina avrà  consumi petroliferi superiori a quelli americani.
Tutti i rapporti di forze tra le aree del pianeta sono destinati a cambiare. Il Brasile entra a grandi passi nel club delle superpotenze energetiche: nel prossimo decennio per la sola estrazione di greggio sarà  nel quartetto di testa con Usa, Arabia Saudita e Russia (ma il Brasile ha anche grosse capacità  nell’idroelettrico e nel bioetanolo da canna da zucchero). La Colombia profitta dell’èra Chavez attirando un flusso di tecnici venezuelani che con il loro know how accelerano la valorizzazione dei giacimenti locali. Tra i nuovi protagonisti si affaccia anche l’Argentina: le sue riserve di “shale gas” sono le terze del mondo dopo Stati Uniti e Cina.
Giappone e Germania, rispettivamente terza e quarta economia mondiale, dopo la scelta di abbandonare il nucleare (effetto Fukushima) si scoprono più dipendenti dalle importazioni di energia, all’opposto degli Stati Uniti. Ma né l’Unione europea né Tokyo hanno mostrato di volersi dotare dei mezzi politico-militari per garantire la sicurezza delle rotte strategiche e l’accesso costante alle fonti di approvvigionamento. In quanto alla Cina, malgrado i programmi di potenziamento accelerato della sua flotta militare, non è a breve termine che potrà  contendere alla U. S. Navy il ruolo di gendarme del Golfo Persico o del Mediterraneo. Le mappe del XXI secolo incorporano così uno scenario inedito: un’America ancora presente in quell’area del mondo, pur essendone sempre meno dipendente, quindi in grado di condizionare i “rubinetti dell’energia” indispensabili per tutti gli altri, europei e asiatici.


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