Le teste d’uovo dell’austerità
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Per una nuova prospettiva costituzionale in Europa: così si conclude e avrebbe potuto titolarsi il recente, prezioso libro di Claudio De Fiores, L’Europa al bivio. Diritti e questione democratica nell’Unione al tempo della crisi (Ediesse, pp. 250, 14 euro). È un’esortazione della volontà e della ragione che parla alla condizione precaria di questo continente e delle sue genti impoverite, impaurite e depresse, dentro una trasformazione capitalistica spietata. Soprattutto è un sguardo desolato e non riconciliato sul tempo perso nell’ultimo ventennio del processo di integrazione europea: sul fallimento e la connessa scomparsa dei partiti a sinistra del socialismo europeo e sulle incapacità di un possibile costituzionalismo democratico-sociale sovrastatale.
Gli ortodossi del mercato
Per riannodare i fili interrotti di questo lungo -scontento europeista Claudio De Fiores, ricercatore in Dirito costituzionale all’università La Sapienza di Roma, prende le mosse dal Trattato di Maastricht e da quel modello di integrazione che lo stesso Jà¼rgen Habermas definirà degli «europeisti del mercato», in quegli anni Novanta del Novecento in cui la tradizionale impostazione di Jean Monnet e degli «europeisti delle origini», l’integrazione economica come motore anticipatore di una necessaria unificazione politica, si avvita su se stessa. È l’assolutismo della sfera economica, l’ortodossia monetarista della nefasta lex monetae continentale, per dirla con De Fiores: una «Banca centrale “fuori controllo”, una moneta instabile che produce intollerabili costi sociali, l’euro sempre più annichilito dai rapaci impulsi della finanza».
Si assiste, inerti e impotenti, al definitivo tramonto del modello sociale europeo e all’impossibile affermazione di istituzioni democratiche aldilà dello Stato-nazione: due secoli di lotte e conflitti condotti all’interno di quello che à‰tienne Balibar definisce «Stato costituzionale nazional-sociale» non trovano uno sbocco progressivo a livello europeo. Eppure il dominio del funzionalismo tecnocratico-finanziario non ha incontrato avversari politico-culturali all’altezza del conflitto richiesto, soprattutto nel vecchio Continente.
Dentro la «grande trasformazione» iniziata negli anni Settanta del Novecento le forze politiche e sindacali alla sinistra delle socialdemocrazie europee hanno preferito suonare il disco incantato della difesa nazionale di un patto sociale tra capitale e lavoro che andava inesorabilmente sgretolandosi. In un gioco di specchi riflessi la più nobile tradizione del costituzionalismo democratico e sociale tentava una impossibile resistenza dietro la supremazia delle Costituzioni statuali, con il loro sacrosanto portato di «teorie dei controlimiti», violazioni della sovranità nazionale, istituzionalizzazione di un deficit democratico. Ipotesi che non accettavano il livello continentale di conflitto, non sfidavano il terreno delle trasformazioni capitalistiche ed istituzionali, meno che mai interloquivano con la concreta prospettiva europea proposta da Altiero Spinelli, eretico tra i comunisti, e dalla tradizione socialista, libertaria ed europeista: piuttosto preferivano attestarsi sul ritorno a uno Stato garante di pace sociale a costo di corruzione, inefficienza, burocrazia, corporativismo e paternalismo. E questo «peccato originale», di una malinconica conservazione dell’ordine infranto statualista, è stato troppo a lungo il motore immobile di una impossibile sinistra autenticamente europeista e di un costituzionalismo democratico-sociale continentale.
A parere di chi scrive, il culmine di questa sindrome del torcicollo della sinistra e del costituzionalismo si è manifestato plasticamente con la grande campagna sovranista e nazionalista che ha portato al No referendario francese ed olandese al Trattato-Costituzione nella primavera del 2005. In quell’occasione la sinistra europea, incapace di pensarsi dopo il 1989, ha dato forfait. Claudio De Fiores non concorda con questa lettura osservando, giustamente, che quel pronunciamento negativo «non era che l’espressione sintomatica più evidente della già matura crisi di legittimità del sistema». Eppure si può collettivamente convenire che da quei fallimenti degli anni Zero l’Europa, la sinistra e il costituzionalismo democratico-sociale non sembrano riprendersi. Così ora siamo soffocati tra costituzionalizzazioni del pareggio di bilancio e inflessibili politiche di austerity.
Una parola passepartout
In questo quadro il volume di De Fiores è anche un ottimo strumento di storia istituzionale critica del processo di integrazione continentale, ad uso e consumo di europeisti sensibili alla tradizione del costituzionalismo democratico-sociale e fa definitivamente piazza pulita di qualsiasi sinistro rimpianto sovranista, dichiarandosi senza tentennamenti retrospettivi per l’Europa, nella sua sperimentata attitudine a regolare le dinamiche del mercato, vincolandole concretamente al perseguimento di politiche redistributive e al «riconoscimento istituzionale dei diritti sociali come diritti fondamentali senza eguali nel mondo», per dirla anche con le parole di à‰tienne Balibar.
De Fiores evoca l’apertura di processi costituenti europei e anche nella stessa struttura del libro si percepisce una continua evoluzione progressiva, passando da un’iniziale esaltazione del legame «popolo, sovranità , Stato, nazione», alla più concreta necessità di non «diffidare più della democrazia, della sovranità e del costituzionalismo» nel ripensamento radicale di un continente.
Evidentemente non è una questione di parole o teorie, seppure si vorrebbe farla finita con il giudizio della sovranità (per parafrasare Antonin Artaud, fustigatore di altri giudizi), piuttosto di sperimentare pratiche costituenti e nuove istituzioni. Ne siamo convinti, seppure il timore è di trovarci tutti in ritardo di almeno vent’anni, con l’Europa al bivio pericolosamente sospesa su un precipizio. Come dice l’Hà¶lderlin tanto caro a Marx ed anche a Heidegger: «laddove massimo è il pericolo, lì c’è salvezza». Frase condivisibile a cui va aggiunto un indispensabile punto interrogativo.
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