Lo scrittore e il ribelle Nobel contro Nobel

PECHINO. Tra Cina e resto del mondo torna a esplodere la “guerra del Nobel” e il nuovo leader Xi Jinping è costretto ad affrontare la sua prima crisi internazionale. Una lettera che chiede la liberazione del dissidente cinese Liu Xiaobo e di sua moglie Liu Xia, firmata da 134 premi Nobel tra cui Desmond Tutu, Mario Vargas Llosa, Sir Richard Roberts e il Dalai Lama, è stata recapitata all’uomo che governerà  la seconda economia del mondo per i prossimi dieci anni. Nelle stesse ore oltre 20mila persone di ogni continente hanno sottoscritto l’appello per il vincitore del Nobel per la pace 2010, condannato a 11 anni di prigione per “sovversione”, e anche 40 intellettuali cinesi sono riusciti a inviare al nuovo segretario del partito comunista una lettera aperta che chiede, oltre alla liberazione di Liu Xiaobo, il rilascio di tutti i dissidenti politici. A firmarla i pochi oppositori cinesi in libertà , tra cui Ding Zilin, rappresentante delle “madri di piazza Tienanmen”.
«In tanti — hanno scritto — hanno riposto nel 18° Congresso del partito la speranza che vengano avviate riforme, abolita la prigionia politica e promossa la libertà  di espressione, condizione essenziale per spingere la Cina verso un sistema civile».
I due documenti sono stati subito censurati, ma la repressione interna non è riuscita a fermare l’indignazione straniera. A Stoccolma è infatti atterrato l’altro Nobel cinese, lo scrittore Mo Yan, che lunedì riceverà  il premio per la Letteratura 2012. Gli è stato chiesto di associarsi agli appelli per Liu Xiaobo, il solo Nobel del dopoguerra che nemmeno i famigliari hanno potuto ritirare, ma l’autore di Sorgo rosso ha rifiutato. Mo Yan si è limitato a rispondere di aver già  espresso la sua opinione e di «aver ricevuto il Nobel per la letteratura, non quello per la politica». Già  due anni fa, accusato da molti dissidenti di essere uno “scrittore di regime”, Mo Yan non si era mobilitato per Liu Xiaobo. Nell’ottobre scorso, dopo la sua vittoria e le prime polemiche, aveva detto invece di «sperare che possa ottenere al più presto la sua libertà ».
Una posizione ambigua che ha spinto intellettuali di tutto il mondo a definire il Nobel a Mo Yan «un ipocrita riconoscimento riparatore per ricucire i rapporti con la Cina» e la scrittrice Herta Mà¼ller, ex dissidente rumena vincitrice del Nobel nel 2009, a dichiarare che il premio al cinese «celebra la censura ed è uno schiaffo in faccia a chi lavora per la democrazia e per diritti umani». Pechino si trova dunque ora costretta a festeggiare il suo primo Nobel non dissidente, ma pure a continuare a censurare quello del detenuto Liu Xiaobo. A Stoccolma si annunciano così contestazioni contro Mo Yan e a favore di Liu Xiaobo, mentre i dissidenti cinesi all’estero manifesteranno a Oslo, dove la Ue riceverà  il premio 2012 per la pace.
La crisi diplomatica si è infine aggravata per le prime dichiarazioni che la moglie di Liu Xiaobo, ai domiciliari da 26 mesi pur in assenza di accuse, ha rilasciato all’Associated Press.
In lacrime, mentre gli agenti erano distratti per il pranzo, ha detto di «vivere in una situazione assurda ». «Ero preparata ad affrontare le conseguenze del Nobel — ha detto — però mai avrei immaginato di non potermi più muovere dalle due stanze del mio appartamento. Non so se Kafka avrebbe saputo scrivere qualcosa di più assurdo e incredibile ». Per Xi Jinping, figlio di un epurato della Rivoluzione culturale, un imbarazzo che fornirà  la prima prova della sua annunciata “carica riformista”.


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