Martini, il dialogo ragione di vita

Il cardinale ha voluto che sulla sua tomba in Duomo venisse inciso il versetto 105 del Salmo 119, «Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino». Martini ha portato quel faro, lo ha tenuto alto, ben in vista, camminando davanti al suo popolo, ai milanesi tutti: i credenti e quelli che lui in maniera convinta e discreta chiamava «in ricerca». Lungo le strade battute insieme a tanta gente che progressivamente gli si è affezionata, dalla quale diceva di avere sempre da imparare e di ricevere molto in termini di comprensione e sostegno, s’è mosso da testimone autentico, non si è mai tirato indietro, ha rischiato nel dire e nel commentare. Un esempio prezioso per l’intera Chiesa e per il mondo la sua voce fuori dal coro. Sembra ancora di udirlo leggendo molte sue pagine.
Nei testi di Martini non bisogna cercare risposte, ma domande: le nostre domande, quelle del tempo e quelle di ciascuno. La capacità  di interrogarsi, di mettersi lui per primo in discussione ce lo rende vicino: uno di noi. Aspirazioni, ansie, paure, eventi inspiegabili e moti conturbanti del cuore trovano spazio negli scritti di Martini: li accoglie, li fa suoi, li interiorizza. Dall’inizio del suo episcopato, nel 1980, se li è caricati sulle spalle. Sono diventati stile d’una presenza la disposizione d’animo pronta, l’attenzione, la cura nel condividere con noi la gravosità  delle inquietudini, degli smarrimenti, delle incertezze. Le pagine continuano ad echeggiare la trepidazione di un uomo che è riuscito ad avere un contatto intimo, profondo con la città  e chi la abita. Il vescovo e la città  è sempre stato uno degli argomenti cari a Martini. Ne ha parlato sino alla commozione a malapena contenuta da uno come lui all’apparenza distaccato, quasi aristocratico.
Leggere Martini conquista, consola, nutre perché esprime una vicinanza coinvolgente al momento in cui i testi sono stati composti, un palpitare che ha finito per impregnare di sé ogni parola, ogni aggettivo, ogni frase. Chi legge ne avverte l’alito, sente ciò che può corrispondere a lui, ai suoi bisogni, nel momento in cui accosta il singolo scritto. L’occasione che ha provocato un discorso, una lettera pastorale, un intervento così come hanno trovato forma e son stati pubblicati appartengono alla storia; il senso che da ogni passaggio promana continua a vivere in quanto appartiene al patrimonio sapienziale di un uomo di Dio, il quale da Dio si è lasciato plasmare: dalla promessa di resurrezione e di riconciliazione tra cielo e terra annunciate dal Figlio con la morte scandalosa sulla croce, dalla speranza che a larghe mani Gesù ha disseminato per il mondo spes contra spem. Risulta monca l’eredità  di Martini se non si riconosce che la sequela di Cristo e della sua avventura terrena sta al centro, che l’itinerarium crucis è la via maestra.
Martini non si erge mai a giudice. Lo ha appreso chi l’ha conosciuto. Se ne convince presto chi lo accosta attraverso i suoi libri. Ha convincimenti saldi, forti, alti, ma non li brandisce: né come trofei, né come minacce. Martini tende la mano. Dalla sua ha la forza della debolezza dell’umano, della persona che può trovare dentro di sé ogni volta la forza per rialzarsi qualunque sia stata la caduta da cui è stato travolto o i guai in cui si è cacciato. Martini sa che la medicina della misericordia risana. E quando impugna la verga con la severità  che l’iconografia tradizionale ha rivelato nel suo predecessore Ambrogio (vedi alcuni interventi del cardinale in tempi non sospetti sulla corruzione, sui partiti che sottraggono il futuro ai giovani) è perché soffre nel constatare come la cecità , l’accidia, il conformismo, il «chi me lo fa fare», la carriera, l’interesse egoistico, la mancata consapevolezza possono procurare guasti a noi, agli altri, al mondo.
I testi di Martini non dispensano pillole di certezze date una volta per sempre e buone per ogni stagione. Il lessico è semplice, per nulla retorico; è evocativo, con continuo accesso al simbolico; la sua essenzialità  è molto esigente e possiede una forza che libera energie interiori. Lo si vede sin dai primi scritti del suo episcopato. È vescovo della diocesi più grande del mondo, eppure vuol capire ciò che gli sta attorno: persone, caratteri, luoghi, abitudini, modi. Parla di «ascolto», «silenzio», «contemplazione», «cammino», «popolo», «conversione». Usa parole che rinviano all’uomo e alla donna reali, alla riflessione individuale, alla coscienza, ai conti che ciascuno deve fare con se stesso, alla necessità  di misurarsi con le proprie ombre sfuggendo alla faciloneria delle proiezioni verso gli altri, la società , il mondo su cui riversare le eventuali colpe per le nostre frustrazioni. Due termini ricorrono con frequenza negli scritti: «responsabilità » e «discernimento». Il primo rimanda al significato originale: «rispondere», perché la vita ci interpella, accadimenti e relazioni son lì a chiederci che cosa pensiamo noi, oltre i condizionamenti di culture, appartenenze, media. E umori! Assumersi le proprie responsabilità  è appunto farsi carico di una risposta, consapevoli che tocca a noi e solo noi possiamo dire dei sì o dei no. Se ci sottraiamo o eludiamo il rischio di pensare con la nostra testa o ci lasciamo catturare dall’ignavia, priviamo noi stessi d’un bene e di un’opportunità  e rendiamo la convivenza, la polis orfani di qualcosa. Il «discernimento» è uno dei termini più cari a Martini. È la capacità  di valutazione, di stabilire una scala di priorità  e in base a questa pensarsi, scegliere e, quando necessario, agire. Il discernimento è la bussola che dà  la direzione verso cui tendere, ma lascia sempre a te la responsabilità  di intraprendere la via adatta. Lo trovi nelle lettere pastorali, nei discorsi di Sant’Ambrogio, negli esercizi spirituali, negli interventi a convegni.
Alla maniera di un antico maestro Martini punta ad «educare», nel senso etimologico della parola: ex-ducere, tirar fuori dall’interlocutore ciò che ha dentro, portare alla luce potenzialità  e ricchezze che il protagonista magari neanche conosce o immagina. I suoi scritti son prova continua di fiducia nelle persone. Se Dio ha creato l’uomo e la donna «a sua immagine e somiglianza», secondo quanto dice la Scrittura, cercare il divino in ogni creatura è la scommessa dell’educatore Martini. L’impegno è attivare la scintilla divina che abita ciascuno, sperando che essa infiammi il cuore e propaghi il fuoco dello Spirito, dell’amore, della prossimità . «Siate testimoni della speranza che è in voi», raccomandava Martini, secondo l’insegnamento della Prima Lettera di Pietro. E lui esigeva da sé, da ogni parola e gesto suoi coerenza. I suoi testi sono in qualche modo resoconti di esperienze; narrano, non fanno esortazioni o prediche; assomigliano molto poco all’assertività  di tanta prosa ecclesiastica e di una pubblicistica che di cattolico ha l’etichetta, non la capacità  di ascolto e comunicazione all’altro dell’evento salvifico che cambia la vita: passione, morte e resurrezione di Gesù. Per sperare insieme.
È la Parola con la P maiuscola che tutte le parole contiene e ad esse dà  un senso la cifra degli scritti di Martini. Essa viene prima di tutto, sta «in principio», paradigma di ogni cosa: tocca, provoca, urta talvolta, ma c’è. E anche quando sembra tacere, come s’è detto del silenzio di Dio a proposito di Auschwitz (argomento che torna in più scritti di Martini), l’uomo sa che la Parola continua a essere detta: sempre, in ogni circostanza, anche nei momenti di distruttività , di morte.
Leggere le pagine di Martini è, per dirla con l’immagine evangelica, trarre da un tesoro cose nuove e cose antiche. Per andare avanti. Che è poi il compito che tocca a noi, a ciascuno, ogni giorno.


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