Monti: io punto di riferimento per chi sceglie la mia strada

ROMA — Altroché nome. A questo punto il problema non è il suo nome su una o più liste. Perché c’è direttamente la sua persona, con le sue idee e il suo programma. Perché, dopo giorni di snervante attesa (per chi già  lo sosteneva come per chi lo temeva) Mario Monti «è salito» in politica, come preferisce dire, e si dichiara disponibile ad essere la «guida» dello schieramento che si creerà  attorno alla sua «agenda», apparsa da ieri su un apposito sito con lo slogan «Cambiare l’Italia, riformare l’Europa». Il presidente del Consiglio sa che di questa area per ora c’è solo il centro, nella sua versione di partiti già  esistenti (Udc e Fli) e in quello della società  civile (Verso la Terza Repubblica di Montezemolo e Riccardi), ma ha l’ambizione di allargarla verso chi è disposto a condividerla nel Pdl e nel Pd, fino a «scompaginare» l’attuale panorama politico, cioè quello bipolare al quale siamo abituati da quasi vent’anni. È una scommessa, ma intende provarci.
Nella conferenza stampa di fine anno, che doveva essere di bilancio, ma che si è trasformata rapidamente in un programma per il futuro, Monti ha precisato di non potersi candidare direttamente, in quanto senatore a vita. Ma i giochi sembrano fatti. Per sciogliere la riserva finale vuole vedere quanti lo appoggeranno e attenderà  ancora qualche giorno, forse una settimana prima di definire le modalità  concrete di questa sua «salita» (non gli piace il termine «discesa in campo»), se ad esempio ci saranno più forze, distinte, a suo sostegno o una lista unitaria. Ma dovrebbe parlarne comunque entro la fine dell’anno, perché è vicina la campagna elettorale. Di questa finora non si è ancora occupato. Come dell’appello del Pdl a dimettersi dagli affari correnti, anche se ieri ha ricordato che «altri presidenti del consiglio» hanno gareggiato alle elezioni senza problemi.
Una cosa è certa. Da ieri Monti non è più un tecnico. Lo si è visto da come ha bacchettato uno dei suoi sicuri avversari quando sceglierà  di guidare lo schieramento centrale della politica italiana: Silvio Berlusconi. Il premier si è definito «sbigottito» dai repentini cambiamenti di un Cavaliere che un giorno gli fa togliere la fiducia dal segretario del Pdl Alfano, il giorno dopo gli offre la guida di tutti i moderati e il giorno dopo ancora attacca con durezza l’operato del suo governo: «Un quadro di comprensibilità  che mi sfugge». E lancia un affondo contro l’idea di abolire l’Imu: fare quel tipo di promessa ora «significa rimettere l’Imu doppia, non tra cinque anni, ma tra un anno».
Le priorità  per Monti sono tre: non «dissipare» i sacrifici fatti dagli italiani quest’anno, andare avanti sulla strada delle riforme perché «motore della crescita», procedere nel taglio della spesa pubblica per alleggerire la pressione fiscale su imprese e lavoro. E così descrive la situazione dell’Italia quando venne chiamato nel novembre del 2011 a Palazzo Chigi: «Ora è facile e anche umano, dimenticare la drammaticità  di quei momenti», quando la precarietà  in cui versava l’Italia alimentava la diffidenza degli altri Paesi, accompagnata da «pacche sulle spalle e risolini: in un anno quell’emergenza e stata superata e in Europa gli italiani sono cittadini a testa alta».
Ma l’agenda di Monti ha anche altri punti fermi: lottare contro la denatalità  («un Paese che non fa figli non guarda al futuro»), proseguire con le misure per abbassare lo spread, più severità  su falso in bilancio e conflitto di interessi. E giù un nuovo attacco alle abitudini televisive di Berlusconi: «Immagino che presto altre conferenze stampa saranno inondate da grafici che daranno la percezione dei fallimenti del governo rispetto a 12 mesi fa e vi sarà  anche detto che se oggi lo spread è metà  del 9 novembre 2011 ciò non è dovuto alla politica economica italiana ma alle scelte della Bce». E ancora: «Avendo dovuto fare interventi come quelli fatti è naturale che non ci sia già  la crescita…gli italiani lo sanno, non sono cretini».
La crescita «viene invece da una politica degna e forte». Ma anche da un capitolo della sua agenda che, premette, «vi stupirà »: «Per la crescita e per l’equità  serve una nuova visione della donna». Tra le priorità  c’è comunque il lavoro. Perché la sua riforma «è stata frenata dall’atteggiamento di una confederazione». Cioè la Cgil. Alla quale risponde, dopo le critiche, sulla sua presenza a Melfi: «Ho visto centinaia e centinaia di lavoratori, visibilmente rincuorati dalla prospettiva di ripresa dell’impegno Fiat in Italia». E risponde anche a Vendola: «Pensa che io sia un liberale conservatore. Io sono liberale, ma penso che il conservatore sia lui». Entrambi, la Cgil e il leader di Sel, sono legati al Pd. Ma con Bersani usa parole di cortesia: «È un più che credibile candidato premier di una coalizione. Mentre io non sono, a questo stadio, candidato di alcuna coalizione». Anzi, aggiunge, rispondendo a chi lo vedeva meglio al Quirinale: «Per me sarebbe conveniente non fare assolutamente niente, ma è un imperativo morale, non una convenienza personale, tentare di contribuire a cambiare la cultura del Paese». Subito dopo nello studio di Lucia Annunziata aggiunge: «Quello che sto facendo comporta molti rischi e un’alta probabilità  di insuccesso, ma può fare la differenza per il futuro dell’Italia più che non occupare questa o quell’altra carica istituzionale».


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