NETANYAHU METTE ALLA PROVA LA PAZIENZA DI USA E UE

E’ chiaro che con questa provocazione il premier Benyamin Netanyahu vuole mettere alla prova la pazienza dell’Europa e del presidente americano rieletto, Barack Obama.
Ma qual è la vera ragione della sfida di Netanyahu? Per capirla non ci si deve fermare alla situazione interna israeliana. Infatti, il premier ha sciolto la Knesset e anticipato le elezioni a gennaio. Ora, durante l’offensiva su Gaza diversi missili sparati da Hamas sono caduti vicino a Tel Aviv, città  tradizionalmente di sinistra ma che lo spavento di quei giorni potrebbe spingere verso il partito dei “falchi”. In un contesto internazionale in cui la primavera araba è vista sia come l’autunno del caos sia come l’inverno islamista, ogni forma di fermezza nei confronti degli arabi è ovviamente fruttuosa.
Tuttavia, più che come rappresaglia il debole Abu Mazen, la politica israeliana sembra tesa al conseguimento di obiettivi strategici in Medio Oriente, con l’ovvio beneplacito non solo degli occidentali ma anche di quelle cancellerie arabe sunnite che sono terrorizzate dalla minaccia iraniana. Quando ha attaccato la Striscia, distruggendo i suoi siti missilistici, Netanyahu mirava in realtà  il fronte iraniano, dal momento che Hamas è la punta più avanzata dell’influenza di Teheran in Medio Oriente.
Basta ascoltare i predicatori sunniti o salafisti nel Qatar, nel Bahrein e in Libano, i quali si dicono convinti che la presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007 sia stata un’operazione voluta dall’Iran, così come la guerra di Hezbollah contro Israele nel 2006 o l’attacco contro i sunniti libanesi nel 2008.
Fino al mese scorso, quando Israele voleva parlare con Hamas non trovava mai un interlocutore, perché i suoi referenti erano sia a Damasco sia a Teheran. Ma le cose sono cambiate: da un lato Hamas ha perduto il sostegno siriano; dal-l’altro, l’attacco israeliano contro Gaza ha fortemente indebolito il ramo proiraniano del partito islamico palestinese, favorendo invece coloro che sono più vicini ai Fratelli musulmani egiziani. Perciò, nonostante le dimostrazioni di vittoria inscenate a Gaza, Israele ha segnato un punto importante. Da ora in poi per trattare con Hamas gli basta comporre il prefisso egiziano. Non solo: all’indomani delle rivoluzioni arabe sembra finalmente delinearsi una politica dello Stato ebraico riguardo alla spaccatura sciita-sunnita, che vede tra i suoi antagonisti l’Iran aiutato dall’Iraq, da ciò che resta della Siria di Bashar Al Assad e da Hezbollah da un lato e i Paesi del Golfo capeggiati dall’Arabia saudita dall’altro.


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Scriveva ma non era soltanto uno scrittore. Pescava  coi pescatori di Gaza e non era un pescatore. Registrava interviste e raccoglieva storie ma non faceva solo il giornalista. Se serviva stava coi netturbini e coi contadini  e li accompagnava nella buffer zone,  al confine tra Gaza e Israele. Stilava report sui diritti umani negati. Organizzava convogli come quello della Freedom Flotillia. Manifestava contro l’occupazione.

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