Sonia rompe il silenzio sugli stupri in India «Fermare la barbarie»

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Sonia Gandhi ieri ha rotto il riserbo, caratteristica che la distingue da sempre insieme all’elegante autorevolezza, che in questo caso però molti indiani non hanno gradito. Il caso, o meglio decine di migliaia di casi, sono gli stupri di donne e ragazze che nel subcontinente sono la norma, come il fatto che restino in genere impuniti. A far emergere una verità  che tutti conoscevano è stato l’attacco bestiale, il 16 dicembre, da parte di sei maschi ubriachi contro una studentessa 23enne su un autobus pubblico a New Delhi: violentata, picchiata, gettata dal veicolo in corsa. Operata tre volte e poi trasportata d’urgenza a un ospedale di Singapore dove, ieri a tarda notte, è morta dopo una lunga agonia.
«Il nostro desiderio è che lei guarisca e torni tra noi, che non si perda tempo per assicurare alla giustizia gli autori di questo atto barbarico», aveva detto nel pomeriggio parlando per la prima volta in pubblico la donna più potente dell’India, che ha rinunciato alla carica di premier per i suoi natali italiani ma è capo indiscusso del partito del Congresso tornato al governo nel 2009. Poi aveva aggiunto, rivolta ai giornalisti nella sede del partito: «Oggi non ci faremo gli auguri per il nuovo anno, come sarebbe normale, non è il momento per celebrare». Accanto a lei il fedele primo ministro, Manmohan Singh: «Avete la mia parola che il nostro governo è impegnato a giudicare i colpevoli al più presto. Condividiamo con tutto il Paese l’angoscia per questo orrore».
Non deve essere stato facile per una «straniera», come l’opposizione l’accusa di essere, decidere di intervenire su una questione così al cuore della società  indiana — induista, musulmana o cristiana che sia — ovvero la condizione discriminata e sottomessa della donna che sfocia nelle peggiori violenze. Ma da quello stupro fino al primo discorso ufficiale di ieri sono successe molte cose. Manifestazioni e proteste sono subito scoppiate e continuate per giorni, soprattutto nella capitale, con crescente violenza, molti feriti e un poliziotto ucciso. Notizie di nuove aggressioni e violenze su donne, di solito ignorate, si diffondevano e rilanciavano la rabbia della piazza. La richiesta dei manifestanti, soprattutto studenti e studentesse, era la pena di morte per i sei violentatori ma ancor più lo sblocco di migliaia di processi per stupro arenati nelle corti, la fine dell’omertà  della polizia, l’introduzione di vere misure a protezione delle donne.
Non è stata gestita bene la nuova emergenza: mentre migliaia di poliziotti antisommossa proteggevano le sedi del potere indiano, mentre la Gandhi e Singh tacevano, altre autorità  commettevano errori grossolani. Il capo della polizia di New Delhi dichiarava che «anche gli uomini non sono al sicuro, spesso gli rubano il portafoglio». Il ministro degli Interni escludeva un incontro con gli studenti paragonandoli ai «terroristi maoisti». Il figlio del presidente dell’India, a sua volta deputato, sosteneva che alle proteste c’erano solo «donne di mezza età  troppo truccate uscite dalle discoteche». Dichiarazioni che hanno creato nuova rabbia, e che i tardivi e brevi incontri della Gandhi con gli studenti accampati davanti alla sua residenza non avevano calmato.
Ora si vedrà  se il discorso ufficiale di ieri, unito alle scuse (pure quelle tardive) dei politici autori di commenti sessisti, è servito a qualcosa. Se la morte della ragazza senza nome riaccenderà , e di quanto, la piazza. Perché il problema, come scrive Soutis Biswas, corrispondente della Bbc a New Delhi, è che il «caso stupri» sta sollevando accuse ancora più ampie contro la classe politica. «Molti indiani oggi dicono che la nostra è una democrazia feudale, retta da governatori e non da rappresentanti del popolo — scrive Biswas sintetizzando commenti simili sui media indiani — L’élite al potere è paternalistica e vecchia, lontana dal Paese reale e giovane». E se anche il parlamento passerà  nuove leggi antiviolenza come promesso, e ci sarà  un rispetto maggiore per le donne, non è detto che la tempesta finirà  presto. Nessuno parla di «primavera indiana», ma qualcosa si sta muovendo anche nella più grande democrazia del mondo.


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