Trecento milioni di dollari in un conto segreto svizzero caccia al tesoro di Mubarak

A GINEVRA salta fuori una parte del tesoro nascosto di Hosni Mubarak, il rais egiziano deposto dalla “Primavera araba” nel febbraio 2011. Trecento milioni di dollari spuntano da un conto del Credit Suisse, congelato dalle autorità  elvetiche. Ne sono proprietari Alaa e Gamal Mubarak, un tempo destinati a perpetuare l’autocratica dinastia paterna, ora ridotti all’uniforme dei condannati in un carcere del Cairo. Un’altra cifra, pari a decine di milioni di dollari, sarebbe depositata ancora in Svizzera, ma nella filiale della Bnp Paribas. La notizia è pubblicata con risalto dal quotidiano di Losanna Le Matin Dimanche, il quale, per ironia, ne dà  conto assieme all’imposizione di un parcometro per le prostitute in affari nelle strade di Zurigo (dovranno pagare un tot all’ora per esercitare durante la notte).
Ai due fratelli, Alaa, 50 anni, Gamal, 49, non basta l’accusa in Egitto d’avere abusato del rango paterno nel corso di un buon trentennio per accumulare “regali” sotto forma di ville e automobili di lusso, nonché decine di partecipazioni in imprese e innumerevoli società . Ora i due sono anche nel mirino del Ministero pubblico della Confederazione, che ha avviato nei loro confronti un procedimento giudiziario per riciclaggio di denaro e partecipazione a un’organizzazione criminale.
L’inchiesta di Le Matin Dimanche è corredata da una documentazione di 28 pagine, in parte in lingua araba, e per l’altra tradotta in francese, in inglese, in tedesco. Contiene uno sterminato elenco di beni compilato dal ministero della Giustizia del Cairo con la richiesta di congelarli perché “acquisiti illegalmente”. I 300 milioni di dollari nelle casse del Credit Suisse figurano in un righino appena, sminuito da corposi paragrafi con la descrizione di decine e decine di ville (superficie minima: 350 metri quadrati, come quelle a Sharm el Sheikh) e appartamenti della medesima estensione, al Nuovo Cairo, nelle vie lussuose della capitale, su campi da golf.
La lista del faraonico tesoro — intestato all’ex presidente, alla moglie Susan, ai due eredi ma anche ai rispettivi figli di questi, Umar e Farida — traccia una
mappa dell’Egitto, com’era andato configurandosi sotto il regime dinastico del rais. Non c’è quasi regione, o attività  economica, egiziana che manchi all’appello: appezzamenti di terreni agricoli per ogni dove si alternano a società  immobiliari, finanziarie, commerciali, turistiche, alberghiere, di telecomunicazioni. Compaiono persino cabine balneari e lotti cimiteriali, assieme a fuoriserie Buick, Bmw e Jaguar.
Molto meno, invece, si sa a proposito di una ricca partecipazione di titoli finanziari sottoscritta dai fratelli presso la Charles Schwab, con sede principale negli Stati Uniti e succursale a Londra, dove pare sia stato firmato il conto. E qui si apre un delicato capitolo nello scandalo della multimiliardaria fortuna disseminata all’estero dai Mubarak. Infatti, un’inchiesta condotta dalla Bbc e pubblicata dal Guardian, ha scovato in Gran Bretagna una quantità  di “beni di gran valore” appartenenti all’ex rais e ai suoi fedelissimi, il tutto da sottoporre formalmente al sequestro, ma in realtà  mai congelato. Questo con notevole imbarazzo del governo inglese, a parole sostenitore delle primavere arabe e però, stando ai più maliziosi, interessato a preservare i capitali arabi della City.
Salta fuori così che, mentre il popolo egiziano sopravvive per la metà  al di sotto della soglia della povertà , e il governo chiede un’infusione di 4 miliardi di euro dal Fondo monetario internazionale per ridar fiato all’economia, Londra ha chiuso un occhio — tanto per fare un esempio — sulla società  d’investimenti Yet MedInvest Associates diretta da Gamal: ha lasciato che venisse disciolta, con la probabilità  che i fondi siano stati trasferiti all’estero, lontano dagli investigatori. La rutilante casa di Knightsbridge intestata alla figlia di Gamal, resterebbe priva di vincoli. La spiegazione è che le autorità  londinesi possono agire solo su richiesta delle egiziane. E queste non dimostrerebbero particolare fretta. Insomma la caccia ai “miliardi rubati” di Mubarak continua, però al rallentatore. I 300 milioni del Credit Suisse forse sono soltanto una goccia, in un mare che continua ad alimentarsi.


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