Una controriforma che soffoca l’università 

La riforma, come è noto agli addetti ai lavori, ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con quella del ricercatore precario, a tempo determinato. Contestualmente, la logica dei tagli di spesa ha comportato continue riduzioni del fondo di finanziamento universitario – l’ultima è quella pianificata dal cosiddetto governo dei «tecnici» -: con la conseguenza che è sempre più difficile assumere nuovi professori. Non si dica, quindi, che l’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato consegue l’obiettivo di «democratizzare» l’Università  assumendo tutti nel ruolo dei professori; perché non sono state poste le condizioni strutturali per questo, ma per il contrario, cioè per un sostanziale blocco delle assunzioni. Oltretutto, quell’obiettivo, ammesso che lo si volesse davvero raggiungere, sarebbe già  di per sé irragionevole, perché immaginare un’Università  di soli professori è come immaginare un’amministrazione pubblica fatta solo di dirigenti, un giornale fatto solo di direttori, e così via: cioè un’organizzazione del lavoro priva di ruoli diversificati. E comunque, se ciò che sta a cuore dei riformatori fosse veramente la libertà  del ricercatore, certamente non gioverebbe alla stessa l’aver ridotto i ricercatori, prima stabili, a precari! Il solo vero risultato dell’abolizione del ricercatore a tempo indeterminato è stato quello di aver tolto a giovani studiosi maturi per quel ruolo la possibilità  di conseguirlo stabilmente.
I tagli fanno sì che al pensionamento di molti docenti corrisponda l’impossibilità  di un ricambio generazionale nell’Università  pubblica; e ciò rende sempre più difficile lo stesso svolgimento dei compiti didattici e di ricerca da parte dei docenti, spingendo inesorabilmente gli Atenei verso l’adozione del numero chiuso e, quindi, verso la limitazione del diritto allo studio universitario. Con il risultato di favorire gli interessi privati delle Università  private, magari telematiche, dei veri diplomifici sovente di alto costo e pessima qualità .
In tale contesto, suona davvero come una presa in giro l’aver bandito recentemente un concorso nazionale per l’abilitazione alla docenza, laddove non vi saranno i fondi per assumere i docenti; si consideri che già  oggi non sono pochissimi i professori che, pur vincitori di concorso, non possono essere assunti dalle Università  per mancanza di risorse. E pensare che, secondo i dati ministeriali, sono decine di migliaia gli aspiranti alla prossima abilitazione, ovvero alla disoccupazione!
Ma ciò che più lascia sgomenti è la desertificazione dell’Università  dai giovani cervelli che l’infausta riforma – avallata anche dal centrosinistra «democratico» – e la sua pedissequa attuazione da parte dei politicissimi «tecnici» recano con sé. Da sempre l’Università  si regge sul lavoro precario e spesso gratuito di giovani cultori della materia; ebbene, per loro la riforma, la sua attuazione «tecnica» e la contestuale politica di tagli lineari, anziché porre fine ad un tale intollerabile stato di cose, hanno significato soltanto più precarietà  e gratuità , fino a sancire nei fatti ciò che si dichiara con inquietante cinismo, cioè l’essere un’intera generazione di giovani ormai «perduta».
Di questa generazione perduta fa parte, ad esempio, il cultore della materia al quale non si può dare più un contratto per le attività  didattiche integrative che svolge: inizialmente, perché la riforma Gelmini escludeva coloro che non avessero già  un reddito di almeno 40.000 euro (avete letto bene, quarantamila annui; nessun neolaureato li guadagna, e se li guadagnasse non avrebbe certo bisogno di un contratto!), e ora, semplicemente, perché non ci sono i fondi. C’è, poi, il dottorando senza borsa – si tratta di circa un terzo dei dottorandi – che, per il suo lavoro di ricerca e di aiuto alla didattica, non solo non riceve un euro, ma deve pagare fino a duemila euro l’anno di tasse d’iscrizione; c’è il dottore di ricerca, che dopo aver investito tre anni e più nell’Università  si trova drammaticamente senza sbocchi e per giunta, sostanzialmente, senza la possibilità  di spendere altrove il titolo conseguito; e c’è colui che, dopo il dottorato, ha continuato a lavorare nell’Università , magari ricevendo per qualche tempo una retribuzione precaria – assegni di ricerca, borse postdottorato – ed ora, dopo lustri, dico lustri, di lavoro si vede disperatamente precluso un futuro lavorativo.
La conseguenza di tutto ciò è che un professore, ormai, quando si vede davanti un neolaureato promettente e con la passione per la ricerca, se ha un minimo di senso di responsabilità  deve prospettargli realisticamente una graticola di un decennio – se va tutto bene! – vissuta precariamente e magari a proprie spese, e, quindi, deve consigliargli di cercare altrove il riconoscimento delle proprie capacità . Con il risultato contrario all’interesse dell’Università  e della ricerca: quello della fuga dei cervelli.
E non si pensi che coloro che resisteranno alle frustrazioni del precariato e tenteranno l’abilitazione siano selezionati, con la riforma, secondo criteri di merito! Le farraginose procedure di selezione, frettolosamente e confusamente approntate dalle burocrazie del ministero Profumo, fanno infatti leva sul criterio della quantità  di pubblicazioni; bisogna superare la «mediana» per concorrere all’abilitazione. Dunque, pubblicare molto, anche a discapito della qualità ; spezzettare i lavori, fare in fretta pur di fare numero: ecco un altro meccanismo «criminogeno», distruttivo della vera ricerca, che richiede naturalmente tempo ed approfondimento. Ma questo sarebbe un altro, lungo discorso.
Non si può assistere inerti ad una situazione così insostenibile. Occorre una mobilitazione dell’intero mondo accademico e della società  civile, che esiga una vera e propria rivoluzione copernicana delle recenti politiche dell’Università , per restituire ai giovani studiosi e, quindi, alla didattica e alla ricerca stesse, un futuro.


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