Vite da sminatori Migliaia di bombe recuperate ogni anno

ROMA — «Sui cieli italiani non volerà  una rondine». Era il 10 giugno 1940, ma già  all’indomani del famoso proclama di Mussolini la previsione fu disattesa e cominciarono i raid del «Bomber Command»: Torino, Vado Ligure, Porto Marghera, Genova, Savona, Livorno, Milano. Una pioggia di bombe con cui ancora adesso facciamo i conti. Paolo Orabona, del consiglio direttivo di Assobon, l’Associazione italiana delle società  specializzate nella bonifica degli ordigni bellici, calcola che ogni anno sono centomila le granate inesplose che vengono rinvenute dalle ditte private (30 mila finora solo nelle tratte realizzate dell’Alta Velocità ) e disinnescate, poi, dai militari dell’Artiglieria, chiamati sul posto per regolamento.
Ma non è un lavoro per tutti, quello di «sminatore». Bisogna avere dosi enormi di calma, perché un giorno può capitarti di urtare il filo di un ordigno trappolato — com’è accaduto a Giannantonio Massarotti, Caltagirone, Catania, che per fortuna adesso lo può raccontare — e allora hai davvero pochi secondi per rimediare. Mestiere antico, che una volta si faceva con «lo spillone» e ora col metal detector, battendo palmo a palmo il terreno con inesauribile pazienza. E tanta gente speciale: un piccolo «esercito di angeli guardiani, che vigilano sulla costruzione di strade, ospedali, porti e ferrovie». Adolfo Daddio, di San Cipriano d’Aversa, Caserta, dormiva addirittura con «lo strumento» sotto il letto. Lui e il metal detector erano inseparabili. La leggenda vuole che Daddio (scomparso nel ’96) quasi «sentisse» le bombe sotto terra e si divertisse, come un rabdomante o un cercatore di tartufi, a spegnere l’apparecchio e a contare i passi fino a riaccenderlo in un punto esatto. Ed ecco il «beep», il segnale della bomba. Non restava che stanarla con le mani.
Anche gli sminatori, però, hanno un problema. Oggi non esiste più un albo ufficiale delle ditte e si vive in piena «deregulation» con tutti i rischi del caso: «La crisi è nera — racconta Paolo Orabona, presidente della Strago Spa — e la guerra dei prezzi finisce spesso per favorire aziende che non hanno neppure la necessaria copertura assicurativa. Così, vincono le gare al massimo ribasso e poi procedono a bonifiche a dir poco superficiali». Ditte che si aggiudicano l’appalto, incassano i soldi e spariscono nel nulla: «È capitato sulla tratta Bologna-Milano della Tav», confida Giannantonio Massarotti. Quella dei Massarotti è una vera dinastia: «La inaugurò mio padre Giulio nel 1951 con il recupero delle navi affondate — ricorda Giannantonio, 58 anni —. E la tradizione proseguirà  con i miei figli, Giulio e Roberta, anche lei sminatrice ma con il brevetto superiore di dirigente Bcm, Bonifica campi minati. La ragazza è sveglia, va in giro per cantieri senza l’elmetto e il piccone, ma coordina il lavoro e studia le mappe del territorio davanti allo schermo del suo computer».
Il vecchio albo degli sminatori fu istituito nel 1946, poi arrivarono la legge Merloni e il ministro leghista Calderoli che nella sua furia semplificatrice cancellò pure quel vecchio decreto del dopoguerra. Risultato? Oggi chiunque abbia un brevetto rilasciato dal ministero della Difesa (il corso dura un mese e si tiene a Roma, alla Cecchignola) può esercitare la professione. I controlli nei cantieri, però, sono relativi e la malavita si può infiltrare. Laghi, fiumi, mari italiani sono serbatoi inesauribili d’esplosivo, la mafia se n’è già  servita per Capaci.
«Il primo ottobre di quest’anno finalmente è stata approvata la nuova legge sulla bonifica bellica — dice Paolo Orabona —. Ora servirebbe un decreto interministeriale per nominare la commissione di 6 esperti incaricati di redigere il nuovo albo. Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, si è mostrato molto sensibile all’argomento, però se cade il governo Monti…».
La preoccupazione è forte. Oggi le ditte in campo sono una quarantina, circa 500 gli sminatori in attesa di normativa. Un rastrellatore di ordigni guadagna sotto i 2 mila euro, pochino se si pensa a cosa rischia. Uno di loro, Giovanni Lafirenze, ha dedicato un sito (www.biografiadiunabomba.it) e un libro alla sua storia: s’intitola «Schegge assassine», non a caso. Perché l’Italia è un Paese disseminato di bombe e, come scrive nella prefazione lo storico Giovanni Dalle Fusine, questo è il frutto di una guerra «che non termina con i trattati di pace, ma si protrae nel tempo e coinvolge le generazioni».


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