Bilancio Usa al fotofinish dopo il via libera al Senato

NEW YORK — Ancora incertezza sul «fiscal cliff». Nella notte (prima mattina in Italia) la Camera dei rappresentanti dovrebbe pronunciarsi sull’accordo approvato nella notte di Capodanno al Senato. Alla Camera i repubblicani dispongono della maggioranza e, dopo lunghe e faticose discussioni interne, avrebbero scartato l’idea di emendare il testo giunto da Capitol Hill, introducendo, tra l’altro, un ulteriore taglio di 300 miliardi alla spesa pubblica. I vertici del partito si sarebbero convinti che la manovra avrebbe comportato un forte rischio politico. Innanzitutto la difficoltà  di mettere insieme i 218 «sì» necessari, visto che i repubblicani si sono divisi per tutta la giornata. Ma, soprattutto, il Senato, controllato dai democratici, avrebbe con ogni probabilità  rigettato il provvedimento corretto dagli avversari. Risultato: il Paese sarebbe finito nel «precipizio fiscale» e la responsabilità  sarebbe stata addebitata direttamente dall’opinione pubblica all’atteggiamento oltranzista dei repubblicani. E, in ogni caso, domani finisce la legislatura: se non approvato definitivamente il piano «antifiscal cliff» dovrebbe ripartire da zero.
Questo clima di tumultuosa confusione politica sarà  giudicato oggi dai mercati finanziari. Riapre Wall Street, che finora ha osservato con controllato nervosismo le acrobazie di Washington, ma che ora potrebbe liberare, con un’ondata di vendite, l’irritazione largamente diffusa anche nell’opinione pubblica. Il primo a essere preoccupato è il presidente Barack Obama, che a San Silvestro avvertiva: «Attenti, ci potrebbe essere una pesante reazione dei marcati». Secondo un’indiscrezione la Casa Bianca starebbe chiamando diversi capi industria ed esponenti della grande finanza per fare pressione sui repubblicani.
Per il momento l’intesa approvata al Senato si regge su tre linee di compromesso. Primo: le facilitazioni fiscali introdotte da George W. Bush nel 2001 restano confermate per tutti coloro che guadagnano fino a 400 mila dollari all’anno (se sono single) o fino a 450 mila dollari (famiglie). Il presidente Barack Obama aveva fissato la soglia a 250 mila dollari, i repubblicani, già  da qualche giorno, erano scesi dal tetto di 1 milione di dollari fino a 450 mila dollari. La cifra consente alle due parti di ascriversi un successo. I senatori repubblicani sostengono di aver forzato i democratici ad allargare i margini, mentre Obama valorizza un altro aspetto: questa volta l’incremento del prelievo sulle fasce più ricche della popolazione (pochi punti percentuali sul totale) sarà  permanente (l’aliquota media per questi contribuenti passerà  dall’attuale 35% al 39,6%).
Secondo: vengono confermati i sussidi per i circa 2,1 milioni di disoccupati che rischiavano di perderli. La proposta reca le impronte digitali dei democratici. Ma evidentemente i repubblicani non potevano rigettarla senza esporsi all’accusa di voler colpire i settori più deboli del Paese.
Terzo: i programmi di spesa pubblica in scadenza (circa 110 milioni di dollari) non vengono né tagliati, né confermati in via definitiva, ma semplicemente prorogati per due mesi. La discussione sulla spesa viene di fatto collegata alla questione del debito pubblico. Tra febbraio e marzo il Congresso dovrà  decidere se autorizzare l’amministrazione Obama ad alzare il livello del debito pubblico, che a fine dicembre ha già  raggiunto il massimo consentito (più di 16 mila miliardi di dollari). La scelta del rinvio sulla spesa porta i segni della difficile mediazione, costruita a San Silvestro direttamente dal vice presidente Joe Biden, invitato al tavolo delle trattative dal capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell e volentieri inviato da Obama. Lo slittamento ha consentito di superare forse il passaggio più impervio di questo negoziato, ma in prospettiva non promette niente di buono. I repubblicani si preparano a un nuovo, aspro scontro sull’intera struttura del bilancio e sulla strategia per abbattere il debito che, per altro, pencola pericolosamente sul sistema finanziario mondiale.
Anche Obama si sta preparando. L’ultimo dell’anno ha spiegato come da qui a marzo intenda cambiare «in modo equilibrato e responsabile», la mappa della spesa pubblica, compreso il finanziamento dell’assistenza medica per gli anziani. Nello stesso tempo il leader della Casa Bianca intende cancellare le esenzioni fiscali di cui ancora godono le grandi imprese e le grandi fortune.
Nelle prossime settimane, però, il governo dovrà  gestire le mille ricadute dell’intesa sul «fiscal cliff». Il documento contiene diverse spine. Per esempio gli esperti, ieri, facevano notare che non vengono rinnovate le agevolazioni sui contributi sociali a carico dei lavoratori. Ancora: l’aliquota sulle proprietà  immobiliari che valgono più di 5 milioni di dollari salirà  in modo definitivo dal 35 al 40%. Viceversa l’intesa sul «fiscal cliff» conserva tutti i rimborsi previsti per i medici che operano nel quadro dell’assistenza pubblica e salva i sussidi per l’agricoltura, scongiurando il raddoppio del prezzo del latte.


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