Così il Tesoro entrerà  nel fortino di Siena

Non lo farà  il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, che nella tarda mattinata di oggi riferirà  alla Camera sulla crisi che ha travolto la banca senese. Non lo farà  il Comitato per la stabilità  finanziaria, che si riunirà  prima dell’audizione del ministro, alla presenza di Visco e Saccomanni per la Banca d’Italia e di Vegas e Caputi per la Consob. Ma basta una rapida ricognizione, tra autorità  di governo e organi di vigilanza, per rendersi conto che il destino del Monte è praticamente già  scritto: finirà  in mano pubblica, in via provvisoria, per completare il risanamento con la garanzia del Tesoro e, nel frattempo, trovare un grande azionista privato disposto a ricomprarselo. 
Nonostante gli ottimi propositi del nuovo management, il compito di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola si fa sempre più arduo. Ballano cifre impressionanti. I pm di Siena inseguono la pista dei 17 miliardi di bonifici transitati dall’Italia a Londra, Amsterdam e Madrid, all’indomani dell’operazione Antonveneta. Bankitalia e Consob cercano di ricostruire la natura probabilmente fraudolenta dei contratti «strutturati» che da lì hanno avuto origine: F.R.E.S.H., Santorini, Alexandria, Nota Italia. Dossier che, secondo gli organi di Vigilanza, hanno un valore che oscilla tra un minimo di 220 a un massimo di 750 milioni. Poi ci sono i collaterali sospetti sottoscritti sui Btp, da Enigma a Cassaforte, che valgono miliardi, visto che Mps in questi anni è riuscito a ingoiarne oltre 25, soprattutto in titoli a lunga scadenza. In queste condizioni, come dirà  Grilli stamattina ai parlamentari, i 3,9 miliardi di prestito obbligazionario che la banca conferirà  al Tesoro, in cambio di denaro cash, saranno sufficienti «a riallineare il capital ratios ai livelli richiesti dall’Eba e da Basilea III». 
Grazie a questa iniezione di liquidità , il Core Tier 1 dell’istituto salirà  da 7,4 a 9, e dunque sarà  in sicurezza dal punto di vista patrimoniale. Per questo, come ha già  precisato la Banca d’Italia e come oggi ripeterà  il ministro del Tesoro, «il commissariamento non è un’ipotesi presa in considerazione». C’è una ragione tecnica: «Non si commissaria una banca che ha un capital ratio a quota 9». E c’è anche una ragione politica: «Mps non è certo una banca fallita: non si può far ricorso a misure d’emergenza, alimentando un clima ingiustificato di panico tra i risparmiatori e di allarme sui mercati». Su questo concordano tutti, da Monti a Grilli, da Visco a Vegas. Se così non fosse, il governatore non avrebbe dato via libera ai 3,9 miliardi di Monti bond, ritenendoli «al momento sufficienti». 
Il nodo, tuttavia, sta tutto in quel «al momento». Se l’aiuto che il governo si accinge a prestare è sufficiente a riempire un deficit patrimoniale, sarà  difficile che possa bastare nei prossimi mesi a garantire la piena operatività  della banca. Di questo, negli ultimi giorni, hanno parlato a lungo gli uomini di Bankitalia e Consob. E la conclusione è unanime: «La stabilità  del Monte non è a rischio». Ma in prospettiva, in assenza di nuovi ingressi nel capitale, sarà  quasi impossibile che Mps genererà  i profitti promessi, e dunque sarà  molto difficile che possa remunerare il Tesoro con un tasso di interesse del 9%. 
A quel punto, lo scenario più probabile sarà  la conversione del bond in mano al Tesoro in azioni della banca. Cioè la «nazionalizzazione di risulta» di cui parla Monti, costruita sul modello degli interventi del governo svedese negli anni ’90 e di quello inglese all’inizio della crisi del 2007. Questo tipo di intervento, come hanno convenuto ieri mattina Grilli e Mario Draghi in un incontro riservato a Milano, «è esattamente nello spirito del decreto con il quale il governo ha introdotto i Monti bond: un prestito temporaneo che lo Stato fa alla banca. Se la banca ce la fa a restituirlo nei termini bene, altrimenti viene nazionalizzata, in via provvisoria, per poi essere ricollocata sul mercato, con nuovi soci privati e nuovi assetti di governance».
Profumo ne è consapevole, ma giustamente vuole evitare a tutti i costi la nazionalizzazione. Lo ripete da giorni: «Tutto il lavoro che stiamo facendo, dal piano industriale al taglio dei costi, dalla riduzione delle filiali all’accordo con i sindacati, è finalizzato a consentirci di farcela da soli». Ma sa bene che la «mission» è complicatissima. «Noi vogliamo e dobbiamo rimborsare il prestito del Tesoro, anche se ci costerà  lacrime e sangue. E poi ricordiamoci due cose: i problemi di questa banca sono dovuti in larghissima parte all’esposizione in titoli di Stato, e nazionalizzare significa cedere a pezzi l’istituto. Siamo così sicuri che sia la soluzione migliore?». Per questo Profumo cerca «un socio industriale, stabile e per bene». Ma sa anche, purtroppo, che «non c’è all’orizzonte». 
L’intervento pubblico non è la soluzione migliore. Forse è persino la peggiore. Ma resta comunque la exit strategy più plausibile, per uscire dal buco nero nel quale la gestione Mussari-Vigni ha precipitato il fortino di Rocca Salimbeni. Un abisso nel quale rischiano di finire risucchiate le stesse autorità  che dovevano vigilare in questi anni di finanza allegra e irresponsabile. È l’altro nervo scoperto della vicenda Mps, che in questi giorni ha innescato uno scarica-barile inquietante e pericoloso, perché passato tutt’altro che inosservato tra le istituzioni finanziarie internazionali. Anche per tamponare questa deriva, ieri mattina Grilli e Draghi hanno discusso a lungo, per ricostruire le tappe della «connection» e mettere a fuoco i punti salienti che il ministro esporrà  stamattina a Montecitorio. 
A dispetto dell’apparente j’accuse della settimana scorsa («i controlli non spettavano al governo ma alla Banca d’Italia»), Grilli non ha mai avuto dubbi sull’assoluta correttezza dell’operato di Via Nazionale, né oggi né durante la gestione Draghi. Considera l’ex governatore e attuale presidente della Bce «un amico», e giudica gli attacchi della destra «un atto irresponsabile e autolesionista, che nuoce alla tutela degli stakeholder della banca e all’immagine internazionale dell’Italia».
Ma nonostante le rassicurazioni di Grilli e Draghi, lo scandalo Mps non può non lambire anche i «guardiani» del mercato. Stamattina il Comitato per la stabilità  e poi il ministro del Tesoro in audizione cercheranno di ricostruire la tela strappata della credibilità  di un sistema di controlli che sembra messo a dura prova dallo «stress-test» del Monte. Visco e Vegas ribadiscono che «la Vigilanza su Mps è stata strettissima». Bankitalia si è mossa nella primavera 2010, con la sua prima ispezione. Consob è scattata nell’agosto 2011, in seguito a un esposto anonimo «ma molto circostanziato», che ha spinto l’organo di controllo sulla Borsa ad avviare un controllo coordinato con Via Nazionale, a informare la Procura di Milano e poi a trasmettere la documentazione ai pm di Siena. 
«Seguiamo Mps da almeno due anni», ripete una fonte qualificatissima della Vigilanza. «Ma con molta difficoltà , perché i vertici dell’Istituto non hanno mai collaborato». I documenti nascosti nella cassaforte di Vigna parlano da soli. Ancora pochi mesi fa la Consob ha inoltrato una richiesta di informazioni sui contratti derivati. La risposta arrivata da Siena è giudicata «evasiva ed elusiva» dalla Commissione. Ma ormai il dado è tratto. La caccia ai responsabili, e agli eventuali beneficiari politici di un probabile «Sistema Siena» di mazzette e di finanziamenti, non si può più fermare. La stessa Consob ha convocato per venerdì prossimo il collegio sindacale e le società  di revisione, «per cominciare ad esaminare l’intera documentazione disponibile». 
La magistratura indaga, per verificare se davvero, dietro all’acquisto a peso d’oro di Antonveneta, si celi la «madre di tutte le tangenti», in stile Enimont. Le verifiche sono in corso. La procura di Siena ha già  ascoltato gli ispettori di Bankitalia, e anche lo stesso ministro Grilli che, come lui stesso ha detto ai pm, si è presentato «come persona “non” informata dei fatti, visto che di questa operazione non so nulla e non ho mai saputo nulla». Ma siamo solo alle mosse iniziali di una partita che sarà  lunga, e che prima e dopo questa avvelenata campagna elettorale riserverà  sorprese non solo alla sinistra. Come dice una fonte autorevole della Vigilanza: «Mps è considerata una banca rossa, eppure il Sistema-Siena non aveva un colore. Aveva tutti i colori».


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