Gli italiani vuotano la cassaforte in vendita i gioielli di famiglia

ROMA — Un gioiello era per sempre. Ma oggi non più. In tempi di vacche magre, le donne italiane aprono i cassetti e «smobilizzano ». Perciò, via l’anello della nascita, inutile il braccialetto dei diciotto anni, superflua pure quella collana d’oro a cui la nonna teneva tanto ma che adesso è opportuno non indossare perché attira gli scippatori. Meglio vendere tutto e attrezzarsi al peggio, se mai dovesse arrivare. Consigliabile predisporre una “riserva”.
Ancora una volta, di fronte ad una crisi economica ormai definitivamente gravosa e durevole, con il lavoro che scarseggia, i figli desolatamente a spasso, le tasse sempre più salate e la busta-paga che comunque, per chi ancora ce l’ha, non basta più come prima, le donne affinano l’ingegno e mettono in atto domestiche strategie finanziarie: un gruzzolo pronto può essere più utile di un mucchietto di gioielli, nel caso fosse necessario mettere un puntello, una zeppa, un dispositivo di sicurezza in più rispetto alla tenuta della rispettiva famiglia. Così l’oro, un bene rifugio come lo chiamano gli investitori che vanno a comprarselo sui mercati proprio quando tutto intorno è incertezza e paura, in qualche maniera esce dal suo ruolo per cominciare a svolgere una funzione protettiva nel giorno per giorno.
Questo non significa che le donne italiane siano «alla frutta», argomenta il sociologo Giuseppe De Rita, che per primo si è accorto della nuova tendenza, «non le muove la disperazione» dinanzi alla recessione incombente. Le madri di famiglia «scongelano» il loro piccolo tesoro in oro, oltretutto «ritenuto attaccabile da eventi esterni come il furto» anche perché «la dimensione affettiva » con il gioiello «non è più quella di una volta». Si muovono secondo una logica «prudenziale ». E diventano così «arbitro di loro stesse», capaci cioè di stabilire cosa è meglio fare secondo un ragionamento da far invidia agli economisti più raffinati: nel momento del bisogno, un po’ di banconote sono senz’altro più «spendibili». Il ricavato «lo tengono lì, pronto per qualsiasi esigenza ». Tanto per avere un’idea: le famiglie italiane, secondo gli ultimi recentissimi dati della Banca d’Italia dedicati alla loro «ricchezza », possiedono oggetti di valore pari al 2,1% delle cosiddette attività  reali, cioè circa 125,5 miliardi di euro.
Il cash è rapido, non c’è dubbio.
In chiave più specialistica, nella lettura sociologica di De Rita il piccolo-grande esercito femminile reagisce alla crisi, che in questa faccenda fa «da acceleratore », secondo «la logica del low cost». Ovvero, seleziona «con oculatezza» entrate e uscite «di quella unità  che si chiama famiglia ».
Dopo averlo scoperto e verificato, le antenne del Censis sono anche in grado di quantificare questo fenomeno sotterraneo. Perciò, le famiglie che negli ultimi due pesanti anni di crisi si sono vendute qualche gioiello di casa sono, secondo l’esito di un sondaggio, ben 2,5 milioni, il 10% del totale. Ma a liberarsene sono soprattutto
donne, il 71%, sparse su tutta la penisola. Lo «smobilizzo» è più frequente al centro e al sud, dove c’è un monogenitore, dove un membro della famiglia è senza lavoro, tra le coppie con figli e nei nuclei dove il reddito familiare mensile oscilla intorno ai 1.000 euro al mese. Fra le pensionate, invece, più legate alla tradizione, prevale un maggiore attaccamento ai preziosi.
Al dunque, il gruzzoletto serve a costituire quella che Chiara Saraceno, filosofa e sociologa della famiglia chiama «una riserva per fronteggiare emergenze e imprevisti ». Tanto più se si considerano i risultati sconsolanti di una indagine Eu-Silc che lei conosce a menadito, secondo cui in molti — quasi il 40% degli intervistati — non riescono neppure a fare fronte a una spesa extra di 800 euro. «Indicatori di deprivazione», così li chiama l’Istat. Questi bisogni, secondo Saraceno, spiegano il fiorire vertiginoso dei negozietti dedicati, la vera e propria invasione dei «compro-oro» che affollano la penisola, essi stessi «spia» degli italiani in crisi, oltre che oggetto di numerosi blitz della Guardia di Finanza che sospetta affari sporchi.
Resta comunque nelle donne una riserva d’astuzia. Le italiane vendono i gioielli di casa ma non rinunciano ad apparire belle. Andrea Daviddi, responsabile delle
vendite in Italia di Unoaerre, un’azienda aretina che esiste dagli anni Venti e distribuisce i propri prodotti in 30 paesi del mondo, svela l’esistenza di un piccolo trucco, una mini-illusione che però rende assai felici le consumatrici del ceto medio: non si indossano più manufatti in oro da 18 carati, bensì da 9. In pratica, in ogni oggetto è dimezzata la presenza del metallo prezioso. «Costano la metà  e sono belli lo stesso.
Oltretutto, a occhio nudo non si vede la differenza». Dal suo osservatorio, Daviddi nota comunque una contrazione delle vendite del 25-40% naturalmente attribuibile alla crisi.
Uscito dalle case, l’oro di famiglia inizia un percorso certo interessante, ma ancora tutto da studiare. Basti sapere che se in Italia si vende, nella locomotiva-Germania accade esattamente il contrario per cui i tedeschi lo comprano a man bassa: secondo uno studio del politecnico berlinese Steinbeins, quasi 8 mila tonnellate di metallo giallo sono in mano ai privati, per un valore complessivo di 393 miliardi di euro.


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C’è da dubitare che si tratti di capitali reali. Probabilmente si tratta dei soliti castelli di carte, mentre i profitti che tendono a realizzare sono denaro sonante e i guasti li fanno all’economia reale.

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