Israele va alle urne La destra è favorita Le donne decisive

TEL AVIV — La donna che David Ben-Gurion chiamava «l’unico vero uomo nel governo» ha dovuto aspettare trentasette anni perché ne arrivasse un’altra a dirigere i laburisti. La severa Golda Meir — alla guida del partito tra il 1969 e il 1974 — si sarebbe stupita nel vedere Shelly Yachimovich distribuire palloncini colorati all’uscita dell’asilo (con buffetti di approvazione «per l’educazione socialdemocratica» ai bambini che lo scelgono rosso) e di sapere che le donne sono diventate la speranza della sinistra. «Voi potete battere Netanyahu», incita il volantino distribuito dai militanti, con quel «voi» che in ebraico è declinato e suona al femminile.
Yachimovich ha scelto questo angolo di strada dietro alla baldoria colorata e permissiva di via Sheinkin per provare a convincere le indecise, mamme agganciate ai passeggini che fanno parte di quelle 500 mila elettrici — calcolano i sondaggi interni del Labour — ancora ondeggianti. È a loro che tutti i partiti si sono rivolti nelle ultime ore della campagna elettorale, prima del voto di oggi. A loro e agli altri incerti che rappresentano tra il 20 e il 30 per cento: il premier conservatore Benjamin Netanyahu è dato vincente, quanto stabile sarà  la sua coalizione dipende dalle scelte di questi dubbiosi.
Shelly è accompagnata dalle candidate Stav Shaffir, leader delle proteste sociali di due anni fa, e da Merav Michaeli, giornalista-diva televisiva al debutto in politica. Pantaloni e camperos neri, Michaeli è la più alta in lista dopo la presidentessa ed è sicura di entrare alla Knesset dove porta il suo stile impetuoso. Fidanzata con il comico Lior Schlein, è contraria al matrimonio «perché limita le donne» e cinque anni fa ha mostrato il reggiseno in diretta per protestare contro l’allora presidente Moshe Katsav, accusato di stupro e poi condannato.
Quarantasei anni, senza figli, invita le madri a seguire l’esempio delle Quattro che alla fine degli anni Novanta hanno ispirato le manifestazioni contro la prima guerra del Libano. «Come possono i genitori mandare i loro ragazzi a combattere, quando i governi israeliani non cercano davvero la pace?». Anche Tzipi Livni — alla guida di Hatnuah, il Movimento — parla di figli per convincere le mamme ed è implicito nel suo messaggio che una donna sia più incline a lavorare per un’intesa con i palestinesi (ci ha già  provato da ministro degli Esteri nel governo di Ehud Olmert) e che l’approccio di Netanyahu sia macho/militarista: «Ho deciso di entrare in politica perché sono preoccupata da quale tipo di nazione vogliamo lasciare in eredità . Dovreste esserlo anche voi».
Michaeli resta seduta sul divano bianco, mentre in pochi applaudono l’avversaria Tzipi Hotovely: ha appena calpestato «i vaneggiamenti di quelli che credono ancora nella soluzione dei due Stati». Al dibattito in uno degli hangar postmoderni del Namal, l’imborghesito porto di Tel Aviv, Merav gioca in casa. Hotovely è vestita come poche da queste parti, la gonna lunga e le calze bianche spesse, il piglio di chi due anni fa ha avuto il coraggio — da donna religiosa — di sedersi nei posti «riservati» agli uomini su uno degli autobus pubblici usati dagli ultraortodossi.
Nel 2009 è diventata la parlamentare più giovane di sempre (a 31 anni) e il Likud di Netanyahu l’ha messa a presiedere la commissione Pari opportunità . «Voglio evitare la nascita di uno Stato palestinese e di uno Stato israeliano stalinista come vorrebbero i laburisti», incalza. Michaeli risponde: «Dove Netanyahu vede spese da tagliare, noi vediamo investimenti sui cittadini».
Da laica attacca «la dittatura dell’ortodossia che impedisce le coppie di fatto», eppure — isolata anche rispetto ad altri partiti dell’opposizione — non pretende che gli studenti delle scuole rabbiniche prestino il servizio militare obbligatorio: «La loro presenza in caserma comporterebbe la segregazione delle donne». Hotovely è più preoccupata dalle minacce che della convivenza nelle basi militari: «L’esercito ha bisogno di tutti perché questo Paese deve ancora lottare per la propria sopravvivenza».


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