La fiacca campagna del centrosinistra non decolla nella regione più difficile

Fino ad ora, gli unici ad aver sguainato la spada, sono quelli che hanno governato la regione – e la politica lombarda in generale – negli ultimi venti anni. Loro ci hanno messo poche settimane a ritrovare la verve di sempre, nonostante l’annus horribilis che ha segnato la fine dell’era prima di Bossi e poi di Formigoni. Eccoli ancora qui, in testa nei sondaggi anche se di poco, con la faccia di Maroni che sbuca in ogni dove agli angoli delle strade e tra gli interstizi a pagamento della rete. I leghisti hanno poco da dire ma quel poco lo dicono in maniera efficace: lo slogan «il 75% della tasse deve rimanere in Lombardia» non sta né in cielo né in terra ma comunque costringe gli spin doctors del centrosinista a giocare in difesa per smontare la demagogia leghista. Non facile, perché non votano solo i laureati in economia. L’altro pezzo grosso, invece, twitta come un forsennato e bastano due righe, o un maglione indossato come Paperoga, per guadagnarsi lo stesso spazio di Ambrosoli se organizza un convegno. Quanto al terzo incomodo ingaggiato da Monti, Albertini, se non altro dimostra di avere a libro paga un ufficio stampa che ogni quarto d’ora ne spara una, basta questo per esistere senza avere granché da dire.
Il tempo stringe e si può ben dire che la campagna elettorale del centrosinistra non sia ancora cominciata. Il candidato presidente, per esempio, dice che sta arruolando volti noti per un video da presentare agli elettori. I primi nomi che circolano sono Piero Bassetti, storico presidente della Regione Lombardia e uomo di centro che da decenni è in cabina di regia di tutte le operazioni politiche del centrosinistra, e Paquale Pistorio, già  presidente di Telecom Italia e vicepresidente di confindustria. Insomma, per ora c’è poco da spellarsi le mani. Dal vivo, invece, Umberto Ambrosoli è già  stato portato a braccetto da Giuliano Pisapia – «forza, serve una spinta in più» – e ieri è andato a farsi benedire da Susanna Camusso, di passaggio a Bergamo per l’attivo dei delegati della Cgil – «si è preso la baby-sitter», ha commentato quel perfido di Albertini. Davanti a duemila persone, Ambrosoli ha voluto «mettere al centro il lavoro», ottenendo così l’appoggio netto e scontato del segretario generale della Cgil. «Il mio primo impegno – ha promesso Ambrosoli – è di portare il tasso di occupazione dal 65 al 70%». Privilegiando il lavoro delle donne: «Dobbiamo puntare il nostro sguardo sull’occupazione femminile», e così facendo «scopriamo tutte le relazioni a catena che riguardano le cose più importanti della nostra vita, i nostri figli, i nostri genitori, giovani e anziani».
Tutto condivisibile, ma ancora manca un fatto nuovo, un’accelerazione improvvisa, un imprevisto, un elemento forte su cui puntare nelle prossime settimane per invitare i lombardi a darci dentro nel «campo di battaglia». Non è solo un problema del centrosinistra: Sel, per ora, non si è ancora fatta viva e la lista Etico a Sinistra di Andrea Di Stefano solo ieri ha presentato il programma.


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