La resa di Google a Pechino stop agli avvisi sulle censure

NEW YORK — Che cosa può attirare il capo di Google nel paese più impenetrabile del mondo a Internet? La notizia del viaggio di Eric Schmidt in Corea del Nord ha scatenato curiosità  e dietrologie. Tanto più che l’arrivo del chief executive californiano a Pyongyang ha coinciso con una “resa” di Google nei confronti di un’altra potenza autoritaria, molto vicina: la Repubblica Popolare cinese. Che ci sia un nesso tra i due avvenimenti? Quel che accade in Cina in realtà  è l’ultimo capitolo di una lunga battaglia fra due giganti. Una battaglia dove finora Pechino sembra avere segnato più punti di Google. E’ di ieri infatti la notizia che Google accetta l’autocensura senza più tentare di dissociarsi. I dirigenti dell’azienda hanno disattivato una funzione del motore di ricerca, che avvisava gli utenti in Cina quando una parola- chiave veniva bloccata dalla censura governativa.
Quel dispositivo era l’ultima “foglia di fico” che Google aveva conservato, per evitare le accuse di collaborazionismo con la censura cinese. Il braccio di ferro tra il gigante digitale e la Repubblica Popolare ebbe inizio nel gennaio 2010, quando Google denunciò massicce violazioni della sua sicurezza: un cyber-attacco su vasta scala dietro il quale c’era la mano del governo cinese. Come reazione contro quell’offensiva, all’epoca Google smise di cooperare con le autorità  cinesi. In particolare
disattivò il filtro del suo motore di ricerca, che in Cina era stato messo in funzione come condizione per operare nel territorio della Repubblica Popolare. Sempre come gesto di non-cooperazione, di lì a poco Google iniziò a dirottare le ricerche degli utenti cinesi verso il suo sito di Hong Kong: l’isola, ex colonia britannica, pur essendo tornata a far parte della Cina dal 1997 non soggiace alla censura di Stato. Inoltre, quando scattava un “filtro” automatico operato dai software della Muraglia di Fuoco (come i dissidenti chiamano la censura cinese) Google avvisava gli utenti. Un’operazione-trasparenza, poco gradita al governo di Pechino. Tanto più che il nuovo numero uno del regime, Xi Jinping, ha annunciato nuovi giri di vite su Internet.
L’ultimo cedimento di Google ai diktat cinesi si è risaputo lunedì proprio mentre il chief executive Schmidt saliva su un jet diretto a Pyongyang. Cioè per una visita nella dittatura comunista più feroce del pianeta, uno Stato-vassallo che sopravvive solo grazie agli aiuti della Cina. Schmidt non viaggia da solo. Accompagna Bill Richardson, ex governatore del New Mexico ed ex ministro di Bill Clinton. Richardson non è nuovo a queste missioni. L’obiettivo del viaggio intrapreso il 7 gennaio è la liberazione di un cittadino americano detenuto dai nordcoreani. Ma a queste missioni umanitarie Richardson affianca un altro ruolo ufficioso: da tempo è uno dei notabili del partito democratico americano a cui la Casa Bianca affida un canale di comunicazione informale con la Corea del Nord. (In passato anche Bill Clinton e Jimmy Carter, una volta lasciata la Casa Bianca, hanno svolto missioni simili).
Schmidt accompagna Richardson solo per soddisfare una curiosità  personale, o c’è qualcosa dietro? Un grande studioso delle relazioni Usa-Cina, Orville Schell dell’Asia Society, fa sapere che la sua fondazione ospitò un anno fa una delegazione nordcoreana a New York. Nella stessa occasione i rappresentanti del regime comunista resero visita anche al quartier generale dell’agenzia Bloomberg a New York. Per i più ottimisti, questi sono segnali che Pyongyang dopo l’ultima successione ereditaria potrebbe esplorare un cauto disgelo verso gli Stati Uniti. Magari cominciando con un’apertura, parziale, a Internet. Chissà  che Google Map non possa mettere sulle sue carte geografiche digitali i campi di concentramento dove muoiono di fame i prigionieri politici.


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