L’anomalia Italia adesso sbarca a Strasburgo

Vorrebbero segnalare la preferenza della maggioranza dei partiti moderati continentali per il presidente del Consiglio uscente e la sua lista; e l’insofferenza per un Silvio Berlusconi alleato della Lega e dunque del «populismo». Ma allo stesso tempo sottolineano l’anomalia di un’Italia nella quale il referente principale del Ppe, e cioè il Pdl, è in conflitto con l’altro, l’Udc; e viene indicato come «candidato del Ppe» un Monti che non ne fa ancora parte.
Daul è costretto ad ammettere di non volere attaccare Berlusconi ogni giorno «per non regalare 2 o 3 punti percentuali al populismo». E rinvia l’eventuale resa dei conti col Pdl a dopo le elezioni italiane del 24 e 25 febbraio, lasciando capire che a quel punto potrebbero arrivare provvedimenti punitivi. In realtà , nonostante l’irritazione del cancelliere Angela Merkel per l’offensiva del centrodestra italiano contro la Germania, la sensazione è che il Ppe rimarrà  formalmente neutrale; e non soltanto perché il partito di Berlusconi è il suo maggiore contribuente, dopo i tedeschi Cdu e Csu messi insieme. Il problema è che nella riunione della presidenza dei popolari europei della scorsa settimana a Cipro, l’analisi della campagna elettorale italiana ha consigliato una forte dose di prudenza e pragmatismo. Intanto, nell’incontro a porte chiuse la relazione sull’Italia è stata affidata al vicepresidente della Commissione Ue, il berlusconiano Antonio Tajani. E la fotografia dei rapporti di forza offerta dai sondaggi, ha mostrato un Pdl intorno al 20 per cento e in vantaggio sia sulla lista Monti che sull’Udc. Per un Ppe che deve vincere le europee del 2014 contro socialdemocratici e laburisti, questo basta ad arginare i malumori contro il Cavaliere. In più, in Italia cresce il timore che gli attacchi dall’estero aiutino e non danneggino Berlusconi; e gli facilitino una rimonta che ridurrebbe di riflesso i margini di crescita dello schieramento centrista guidato da Monti. Il primo a capirlo è stato proprio Monti, che ieri mattina ha chiamato Daul per protestare, spiegando di non ritenersi un candidato del solo Ppe. E dal fronte berlusconiano sono arrivate bordate a ripetizione. «Parla a titolo personale» rimbecca Daul anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano. Il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto, invita tutti a non intromettersi. E approfitta dell’occasione per raffigurare Monti come il premier che ha diviso il centrodestra e si prepara a governare col Pd di Pier Luigi Bersani. Insomma, è un terreno scivoloso e Casini sembra rendersene conto, evitando di entrare nella polemica. Un deputato europeo dell’Udc come l’ex premier Ciriaco De Mita definisce Berlusconi «incompatibile col Ppe»; e prevede o la sua uscita o la sua cacciata. Ma dipenderà  dagli equilibri che si creeranno nel Parlamento italiano; e dunque dal peso che proietteranno su quello europeo. Se il Pdl perderà  e soprattutto vedrà  il suo ruolo insidiato dalla lista Monti, c’è da scommettere che le parole di Daul diventeranno la parola d’ordine anche del Ppe: indubbiamente, la politica del presidente del Consiglio uscente oggi è più in linea con l’ortodossia del popolarismo. Ma se si conferma o magari si accentua lo scarto fra Pdl e centristi a favore del primo, il «processo» al berlusconismo alleato di un Carroccio antieuropeo dovrà  fare i conti con il realismo di un fronte moderato continentale eterogeneo; e preoccupato da prospettive elettorali che travalicano il caso italiano. Per questo Berlusconi martella sul «voto utile», sfruttando le perplessità  di una parte dell’elettorato su una vittoria della sinistra. E condanna Monti in modo preventivo al 10 per cento, sebbene i sondaggi siano meno avari. «Chi chiede il voto utile teme che vinciamo», replica Casini. Parla a Pdl e Pd, convinto che il bipolarismo li renda alleati: anche se sono avversari.


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