Noi li espelliamo loro li picchiano

MILANO. Se qualche anima bella non ha il coraggio di guardare la scena dei cani che sbranano uno schiavo «negro» nell’ultimo film di Tarantino ambientato nell’America razzista di 160 anni fa, può consolarsi immaginando la scena raccontata da un ragazzino afghano scoperto in un camion nel porto di Patrasso (Grecia, settembre 2011). Si chiama Assad H. Non è un film. «Uno mi ha storto la mano dietro la schiena e l’altro ha lasciato la catena con cui teneva il cane e ha detto qualcosa al cane, che mi ha attaccato. Mentre l’altro ufficiale mi teneva. Ho pianto, i commandos mi hanno portato dietro i binari in modo che nessuno potesse vedermi, e mi hanno lasciato lì».
Anche Sadaat S, afghano, 16 anni, diverse volte ha provato a saltare su un camion per raggiungere l’Italia via mare. E ci riproverà  ancora. «Molte volte cerco di andarmene, ma loro mi catturano. Mi hanno fatto male. Mi hanno messo in prigione. Cerco di salire dentro un camion. Non ho soldi per un trafficante. Alcuni dei miei amici hanno fatto la traversata… in un camion frigorifero con cibo e carne. Sono morti». Ahmed S., anche lui minorenne, lo scorso maggio era anche riuscito ad arrivare in Italia, ma lo hanno rispedito indietro. Sempre Patrasso. «Quando ci prendono vogliono la nostra Sim e allora me la sono nascosta bene in tasca. Così mi hanno fatto male, in tutti i modi, calci, pugni, su tutto il corpo. Questo è successo il giorno dopo il mio ritorno dall’Italia. Ero andato al porto per provarci di nuovo… Ora non ho i documenti con me. Ho paura della polizia, perché mi farà  del male. Ci catturano all’interno del porto e se non c’è nessuno lì, ci fanno del male, del male sul serio».
Ogni anno migliaia di persone cercano di raggiungere l’Italia nascondendosi sulle navi che attraversano l’Adriatico, un numero superiore ai migranti che sbarcano o muoiono nel mare di Lampedusa. Sono di più, ma fanno meno notizia, e probabilmente molti ce la fanno. Tra i protagonisti di queste storie di ordinaria immigrazione ci sono anche bambini e adolescenti che scappano dalle guerre. Poi ci sono «i cattivi», le autorità  greche: la Grecia, come ha certificato anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha un sistema di asilo che non funziona caratterizzato da condizioni inumane e degradanti di detenzione, con una lunga teoria di violenze xenofobe già  documentate. Infine, ci sono i «complici», cioé noi, le autorità  italiane, che in violazione di tutte le leggi del diritto internazionale rispediscono in Grecia quasi tutti i richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste. Bambini soli compresi. Senza controlli e senza tanti complimenti, anche se le leggi italiane proibiscono l’allontanamento immediato e senza riscontri di bambini migranti.
Non era ragionevole immaginarsi procedure diverse, ma adesso questa violazione di un diritto umano è documentata da un rapporto presentato da Human Rights Watch intitolato Restituiti al mittente: le riconsegne sommarie dall’Italia alla Grecia dei minori stranieri non accompagnati e degli adulti richiedenti asilo. L’associazione ne ha incontrari tredici. Si comporta così la polizia di frontiera dei porti di Ancona, Bari, Brindisi e Venezia, facendo finta di ignorare le condizioni spaventose che i migranti incontreranno in Grecia. L’associazione ha intervistato 29 persone, tra bambini e adulti, 20 dei quali «rispediti al mittente» nel 2012, durante il governo di Mario Monti, quello che aveva restituito la credibilità  internazionale all’Italia.
Dopo aver rischiato la morte per soffocamento, o lesioni permanenti, nascondendosi nei camion o nelle intercapedini tra una merce e l’altra, i migranti «rispediti» solitamente vengono affidati ai comandanti dei traghetti commerciali e trascorrono altre ore di navigazione rinchiusi in celle improvvisate o nelle sale macchine, a volte ammanettati, nutriti alla meno peggio. Per legge, invece, il governo italiano dovrebbe disporre accertamenti per tutti coloro che affermano di essere minorenni, ma solo uno dei ragazzi intercettati da Human Right Watch ha detto di essere stato sottoposto a un controllo. Una radiografia al polso. «La maggior parte di quelli che abbiamo incontrato – spiega Alice Farmer – sono ragazzi afghani in fuga dai pericoli, dal conflitto e dalla povertà . L’Italia deve comportarsi responsabilmente verso questi bambini e garantirgli tutele adeguate a cui hanno diritto». Quasi inutile aggiungere, invece, che il diritto di asilo viene palesemente calpestato, per tutti, adulti compresi: nei porti le domande di asilo sostanzialmente non vengono prese in considerazione. La polizia di frontiera di Bari, per esempio, su 900 stranieri scoperti tra il gennaio 2011 e il giugno 2012 (più di 50 al mese) ha concesso solo 12 permessi. Quasi nessuno può testimoniare cosa avviene quando si scatena la caccia all’uomo nei porti italiani. Le ong sotto contratto per offrire servizi ai migranti scoperti di solito non possono nemmeno avvicinarsi. Significa che quasi nessuno viene informato sul suo diritto di presentare domanda di asilo. Non ci sono interpreti e molti sono costretti ad esprimersi a gesti davanti ai poliziotti.
Secondo Human Right Watch, la Corte europea dei diritti umani presto dovrebbe emettere una sentenza di condanna contro l’Italia proprio per i respingimenti verso la Grecia. Si tratta di un caso specifico che risale al 2009, quando Maroni era ministro degli Interni. Trentacinque persone, tra cui dieci bambini, sostengono che quel procedimento di espulsione fosse in violazione del loro diritto alla vita e alla protezione contro la tortura e i maltrattamenti. Ieri proprio il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, ha ammonito l’Italia a non respingere i migranti in Grecia. «La Corte di Strasburgo – ha aggiunto – nel 2011 ha già  condannato uno stato, il Belgio, per il rinvio automatico di un migrante che chiedeva asilo in Grecia, dato che il sistema di asilo di questo paese è fortemente deficitario. L’Italia deve fare la sua parte per assicurare che le richieste di asilo fatte dai migranti siano attentamente esaminate», perché «i respingimenti automatici sono incompatibili con la protezione dei diritti umani»


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