OBAMA ALLA PROVA

LOS ANGELES. Certo è ancora presto per fare bilanci ma a una settimana appena dall’inizio ufficiale del secondo mandato di Obama, si profilano già  le dinamiche che potrebbero caratterizzarlo. Il secondo discorso di insediamento del primo presidente afroamericano ha in parte rincuorato la sinistra democratica, quella rimasta delusa dalla scarsa entità  delle riforme effettivamente attuate nei primi quattro anni. Con la mano sulla bibbia che era appartenuta a Martin Luther King Obama ha «giurato» con una retorica ambiziosa, molto improntata al progresso sui diritti civili. L’allusione a Seneca Falls, Selma e Stonewall, luoghi simbolici rispettivamente della lotta per i diritti delle donne, dei neri e dei gay, ha voluto individuare nella progressiva emancipazione delle minorities, le parti sociali fondamentali, il metro del progresso sociale e del successo americano. Al discorso, che ha implicitamente ribadito l’appoggio ai matrimoni gay espresso durante la campagna elettorale, è seguita, pochi giorni dopo, l’apertura alle donne soldato. Seppure nell’ambito del militarismo, l’equiparazione dei ruoli maschili e femminili in combattimento (come già  la normalizzazione dei soldati gay) ha una coerenza «interna» per quanto riguarda la politica di eguaglianza intrapresa da Obama. Una politica, per di più, presentata come logico completamento delle «verità  evidenti» dei padri fondatori, anche queste citate nel discorso di Obama, e dell’opera emancipatrice oltre che di King anche di Lincoln, suo «presidente di riferimento» sin dall’inzio della carriera politica (durante la cerimonia è stata usata anche una bibbia appartenuta al 16mo presidente). 
Obama è insomma sembrato promuovere, almeno implictamente, un ambizioso programma che potrebbe tradursi in possibili riforme, mostrando per ora, ad esempio su un tema «pericoloso» come quello del controllo delle armi, anche la volontà  di accettare lo scontro frontale con gli avversari che molti liberal vanno da tempo chiedendo. 
Nel congresso repubblicano appena concluso in North Carolina, intanto non è mancata l’autocritica e neanche la critica esplicita da parte di leader emergenti del partito agli esponenti dell’ala oltranzista che ha presieduto al disastro elettorale, ma l’influenza di quest’ultima, e in particolare degli esponenti del Tea Party, nella maggioranza repubblicana della camera è pur sempre un dato di fatto che presagisce un opposizione al programma obamiano intransigente almeno quanto lo è stata finora. Gli scontri annunciati sul fiscal cliff e sui limiti al debito pubblico sono stati per ora (solo) rimandati ma intanto sulle nomine del rimpasto di gabinetto si delinea già  la strategia dei repubblicani. 
Un primo assaggio c’è già  stato con la vicenda di Ann Rice, attuale ambasciatrice all’Onu, che Obama aveva scelto per succedere a Hillary Clinton al dipartimento di stato. La candidatura di Rice è stata liquidata senza tanti complimenti dai repubblicani e il nuovo segretario di stato sarà  ora John Kerry, e non è stata l’unica sconfitta già  riportata da Obama. La settimana scorsa è stato un tribunale federale, su appello dei repubblicani, a bloccare quattro nomine «operative» che Obama aveva indicato rispettivamente per il Bureau of Consumer Financial Protection e il National Labor Relations Board. Il primo è un ente di tutela dei piccoli investitori previsto dalla riforma Dodd-Frank sulla normativa finanziaria, riforma contrastata da Wall Street e dai repubblicani. La seconda è l’agenzia creata da Franklin Roosevelt per tutelare i diritti dei lavoratori nell’aspro scontro sociale attorno alla riforma industriale degli anni 30, e immediatamente attaccata, allora, come istituzione socialista dagli avversari repubblicani del presidente. L’Nlrb è tuttora l’agenzia incaricata dell’arbitrato sindacale e potenzialmente quindi uno strumento di riforma progressista sul lavoro ma, come dimostra il braccio di ferro vinto dai repubblicani con la sentenza del tribunale, le cose non sono cambiate poi molto dai tempi del New Deal. La vicenda illustra inoltre le tattiche di ostruzione a oltranza che caratterizzeranno probabilmente l’opposizione repubblicana nei prossimi quattro anni. Quando un anno fa le cariche in questione erano rimaste vacanti, i repubblicani del senato avevano giurato di bloccare ogni nuova nomina presidenziale se non fossero stati ridotti i loro poteri. Per intasare l’iter parlamentare una manciata di senatori, rimasti apposta a Washington anche durante le vacanze di natale, erano giunti al punto di presentarsi in aula per soli pochi minuti al giorno, aprendo formalmente le sedute ma senza concedere il tempo per votare. Denunciando le sedute fantasma come palese ostruzionismo Obama lo scorso gennaio aveva allora comunque proceduto alle nomine per decreto. La sentenza del tribunale che da ragione ai senatori ostruzionisti è un cattivo presagio per il presidente e i suoi futuri contenziosi col congresso. Una notizia potenzialmente ancora peggiore riguarda proprio le tattiche procedurali. 
Un passo importante per ridurre la resistenza passiva dell’opposizione parlamentare sarebbe stata la riforma che avrebbe limitato l’impiego del filibuster – la tattica degli interminabili interventi in aula comunemente usata per paralizzare la procedura parlamentare e bloccare disegni di legge che prevedibilmente sarà  il perno dell’opposizione repubblicana. Alla fine l’accordo raggiunto la scorsa settimana fra dirigenti repubblicani e democratici su questo tema ha lasciato sostanzialmente la porta aperta all’ostruzionismo a oltranza. Intanto mentre si attende per il 2014 la definitiva entrata in vigore della riforma sanitaria frutto della sua maggiore vittoria, la prossima mossa di Obama sarà  sull’immigrazione: oggi a Las Vegas proporrà  una riforma che probabilmente conterrà  un qualche tipo di amnistia per i 12 milioni di immigrati clandestini, anche per consolidare il vantaggio democratico fra gli ispanici, chiave di volta della coalizione multietnica che ha reso possibile la sua rielezione. Fra tutte è forse quella destinata ad avere il sostegno più bipartisan come dimostra l’accordo di massima annunciato già  ieri fra senatori democratici e repubblicani. Questi ultimi sarebbero disposti ad abbandonare l’antica intransigenza perché è ormai ovvio che senza qualche concessione all’elettorato ispanico hanno ben poche prospettive di tornare al potere. Dal secondo mandato la sinistra però vorrebbe di più, a partire da un intervento concreto sulla giustizia sociale, la diseguaglianza e la povertà  che sono il frutto drammatico di 5 anni di crisi. È la battaglia di cui si fanno carico esponenti come Robert Reich e Cornell West e la rete MoveOn che reclamano, oltre alla difesa di uno stato sociale minimo, un offensiva precisa su questo tema, in grado di completare quella che aveva intrapreso proprio Martin Luther King negli ultimi mesi di vita, portando la sua lotta oltre i diritti civili degli afroamericani, oltre il pacifismo, sul terreno delle battaglie sociali, sindacali e per l’eradicazione della povertà . 
Le azioni di Obama, in un ambito in cui è garantita l’opposizione a oltranza dei repubblicani, dimostreranno se quella bibbia rappresentava qualcosa di più di una semplice scenografia e se la retorica saprà  mutarsi in politica.


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