Oggi al voto, all’ombra delle colonie

GERUSALEMME. Oggi Israele va alle urne per il rinnovo del parlamento. Scontato il risultato: i sondaggi della vigilia assegnano la vittoria alla lista di destra Likud-Yisrael Beitenu, guidata dall’attuale premier Netanyahu e dal ministro degli Esteri Lieberman. Una maggioranza relativa che non assicurerebbe però la governabilità . E allora, Benjamin Netanyahu si sposterà  ancora più a destra o preferirà  l’appoggio del centro? A determinare la decisione saranno anche le possibili pressioni della comunità  internazionale: Stati Uniti ed Unione Europea non hanno nascosto, nelle scorse settimane, la loro preoccupazione per la formazione di un esecutivo di estrema destra che si farà  carico di implementare i progetti di espansione coloniale in Cisgiordania, mettendo la parola fine al processo di pace e alla soluzione a due Stati.
Dei 120 seggi a disposizione nella Knesset, il parlamento israeliano, una eventuale coalizione di destra (Likud-Yisrael Beitenu insieme ai partiti ultraortodossi e nazionalisti) riuscirebbe ad accaparrarsene almeno 66. La lista Netanyahu-Lieberman ottiene, secondo gli ultimi sondaggi, 34 seggi (in calo rispetto agli attuali 42).
Dall’altra parte stanno le opposizioni di sinistra, incapaci nei mesi di campagna elettorale di presentarsi uniti di fronte all’elettorato israeliano e a disegnare un programma di governo credibile, soprattutto a livello socio-economico. Il partito Laburista, la principale fazione di sinistra, arriverebbe a occupare soltanto 17 seggi; il partito Meretz tre. Migliore il risultato di Yesh Atid, fazione guidata dall’anchorman tv Yair Lapid, che potrebbe assicurarsi undici seggi.
Senza dimenticare Kadima, il partito dell’ex ministro Livni. Dopo aver tentato un accordo elettorale con la sinistra ed essersi presentata come la vera alternativa al premier, la Livni potrebbe fare marcia indietro ed accettare di appoggiare la lista vincente. Stesso dicasi per Yair Lapid, che ormai da mesi dice di non disdegnare l’ingresso nel futuro governo.
Un simile risultato – una coalizione di governo che va dall’estrema destra alla sinistra moderata – garantirebbe a Bibi Netanyahu fino a 72 seggi, una maggioranza sufficiente a creare un esecutivo stabile e in grado di portare avanti le proprie politiche, sempre che la convivenza di anime tanto diverse sopravviva alla prova dei fatti.
Ciò che appare scontato è che a vincere le elezioni saranno i coloni: zoccolo duro dell’eventuale maggioranza di centro-destra che uscirà  dalle urne, i partiti ortodossi e nazionalisti (Jewish Home, Shas, United Torah Judaism) stringeranno tra le mani la sopravvivenza del futuro governo. Per la prima volta nella storia parlamentare israeliana, la componente religiosa e estremista occuperà  un posto di primo piano all’interno della Knesset.
La loro vittoria è la vittoria dell’ideologia colonialista, su cui si radica Israele. Un simile esecutivo non potrà  che implementare le politiche di espansione paventate in questi ultimi mesi con l’approvazione di progetti di costruzione per oltre 6mila nuove unità  abitative a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.
Soprattutto se si tiene conto della grande sorpresa di questa tornata elettorale: il neonato partito Habayit Hayeudi (Jewish Home), guidato dal giovane leader e bandiera dei coloni Naftali Bennett e nato dalla fusione di fazioni di destra, si prospetta come la possibile terza forza nella Knesset, dopo Likud-Beitenu e il partito Laburista. Una politica estremista, quella di Bennett, in particolare in merito alla questione palestinese: il nuovo leader sionista non ha dubbi, «la Giudea e la Samaria (Cisgiordania, ndr) appartengono al popolo ebraico». Un volto nuovo, pulito, la vera alternativa di destra a Netanyahu a cui sta rubando voto su voto.
E in attesa dei risultati ufficiali, altro elemento certo è la sconfitta della sinistra: il Labour, il partito di Ben Gurion e Golda Meir, ne uscirà  a pezzi. Incapaci di proporre alternative alla destra israeliana, i laburisti ristagnano, nonostante le condizioni economiche in cui versa oggi buona parte della popolazione israeliana. Le politiche neoliberiste e i tagli alla spesa pubblica firmati dall’attuale governo hanno ulteriormente allargato il gap socio-economico tra le classi alte e quelle medie, una disuguaglianza profonda che aveva provocato lo scorso anno la nascita del movimento degli indignados israeliani.
Ma oggi quel movimento, che chiedeva per le strade di Tel Aviv politiche della casa e sostegno alle classi più povere, è scomparso dal dibattito. Come scomparsa è la comunità  palestinese d’Israele. Pur rappresentando il 20% della popolazione, i palestinesi non vengono menzionati. Non solo: le discriminazioni a cui sono quotidianamente sottoposti sono la principale ragione del loro boicottaggio delle urne.
Perché votare per il parlamento di un Paese a cui si pagano regolarmente le tasse, senza avere indietro alcun servizio? I sondaggi parlano chiaro: se nel 1955 il 91% degli aventi diritto al voto palestinesi andarono a votare, nel 1999 la percentuale scese al 75% ed oggi si prospetta inferiore al 50%. Tutti loro possiedono un passaporto israeliano e godono del democratico diritto di presentarsi alle urne. A bloccarli, le discriminazioni che rendono nullo quel democratico diritto.
Divieto istituzionalizzato di costruire nuove abitazioni a Gerusalemme, demolizioni di case, difficoltà  nel trovare un impiego, mancanza di servizi pubblici nei quartieri palestinesi, un tasso di povertà  che è tre volte più alto della media israeliana. A lanciare l’allarme e ad alzare la voce contro una forma di apartheid silente ma letale, è stato nei giorni scorsi il parlamentare palestinese Ahmad Tibi, leader del partito arabo-israeliano Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovo).
Utilizzando il disegno di una bomba – ispirata al fumetto mostrato da Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per convincere il mondo del pericolo rappresentato dal programma nucleare iraniano – Tibi ha indicato un’altra linea rossa: quella dei diritti di cittadinanza dei palestinesi israeliani. Disoccupazione, demolizioni di case, confische di terre, discriminazioni e violenze di coloni e esercito contro cittadini d’Israele, il cui crimine è non essere ebrei.


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