Quella contestazione dell’economista «rosso» E i memo del professore

E fa comodo a Fassina e Brunetta un avversario come l’algido Mario Monti, perché non c’è solo il gusto della sfida politica ad animare questa competizione ma anche la voglia di vincere sul vecchio economista di successo, loro che di successo ne hanno avuto meno. Eppure, dietro questo scontro di personalità  tanto diverse, con asprezze a tratti divertenti, c’è una disputa seria sulla politica economica che l’Italia dovrà  seguire nei prossimi anni, con conseguenze che possono essere di non poco conto sulla scelta dei settori di società  chiamati a sopportare i sacrifici maggiori per uscire dalla crisi.
Fassina e Brunetta sono due vecchie conoscenze del Professore. Soprattutto il primo che, come ha raccontato in un’intervista al settimanale A, si prese la briga di contestare Monti già  nel lontano 1989. Succedeva che, a 23 anni, Fassina, romano, figlio di un operaio e di una casalinga, si trovava a Milano, alla Bocconi, con una borsa di studio per frequentare il corso di Discipline economiche e sociali, che il consiglio di amministrazione aveva appena deciso di abolire. Ne seguì la protesta e l’occupazione dell’ateneo da parte degli studenti, che alla fine furono convocati dal neorettore Monti. «Andai solo io — ricorda Fassina — Monti mi accolse con freddezza, ma alla fine il corso venne salvato». Dopo la laurea un periodo da ricercatore universitario, «molto precario», e nel ’96 un’esperienza al ministero dell’Economia guidato da Ciampi. Poi 5 anni a Washington al Fondo monetario internazionale, quindi di nuovo al ministero con Vincenzo Visco e infine responsabile Economia e lavoro nella segreteria del Pd di Pier Luigi Bersani. Incarico dal quale saluta con favore il governo Monti. Ma l’apertura di credito dura poco.
Contrario fin dall’inizio all’esecutivo tecnico è stato invece Renato Brunetta, sia perché, con qualche anno in più di Fassina (62 contro 45), è più diffidente e soprattutto perché a lui è sempre piaciuto sparigliare. E così se il capo, Berlusconi, si era deciso a un gesto di responsabilità  lasciando il campo a Monti, ecco Brunetta a spiegare che il Cavaliere sbagliava, che non doveva piegarsi al «complotto» e che era meglio andare alle urne che cedere il passo a un governo non legittimato dal voto. Così la pensava Brunetta e così la pensa oggi, che si gode intanto la vittoria sullo stesso Berlusconi: «In 13 mesi ho preparato 238 slide di Powerpoint, facendo le pulci a tutto quello che faceva il governo. Berlusconi ha seguito il mio lavoro, l’ha studiato, metabolizzato e poi si è convinto che non si poteva continuare con Monti».
A dire il vero Brunetta non ha tormentato solo il Cavaliere, ma lo stesso presidente del Consiglio. Una volta ha scritto a Monti per lamentare lo smantellamento della sua riforma del pubblico impiego, un’altra gli ha mandato un memo di 10 punti alla vigilia di un Consiglio europeo, poi, da relatore della legge di Stabilità  («che, sia chiaro, ho riscritto») gli ha telefonato per sollecitare il via libera ad alcune modifiche, infine gli ha rimproverato «errori da matita blu» e «10 falsità » nel documento su quanto fatto in un anno di governo, accusandolo addirittura di «malafede».
Del resto, per capire che idea ha di sé Brunetta basti dire che ad uno stupefatto Mentana che lo intervistava per Matrix il 18 giugno 2008, disse: «Volevo vincere il premio Nobel per l’Economia. Ero…non dico lì lì per farlo, però ero sulla strada giusta. Ha prevalso il mio amore per la politica e il Nobel non lo vincerò più». Lo avrebbe vinto?, insistè Mentana: «Sì — rispose Brunetta —. Ho molti amici che hanno vinto il Nobel e non sono molto più intelligenti di me». Sarà  forse ricordando questo episodio che ieri Monti, a Uno Mattina, criticando Brunetta, noto anche per essere fisicamente basso, lo ha definito (con involontaria ironia?) «un professore di una certa statura accademica».
Fassina, al contrario di Brunetta, al Nobel non ci ha mai pensato. E a Monti che prima di Natale lo aveva criticato in tv per le sue posizioni antiliberali, ha risposto così: «Non ho visto In Mezz’ora perché sono a Centocelle (periferia di Roma, ndr.) impegnato in un’assemblea con i commercianti per le primarie. Perché il sottoscritto verifica in campo il consenso». Primarie che poi Fassina ha vinto alla grande, ipotecando un posto da ministro in un eventuale governo Bersani.
Anche lui, a quel punto, verrebbe tormentato da Brunetta. Ma su alcune cose i due si troverebbero d’accordo. Sul fatto, per esempio, che è meglio un governo di politici eletti che di tecnocrati. E, udite udite, che per rilanciare l’economia bisogna voltar pagina rispetto al rigore imposto dalla Germania e riprendersi una certa libertà  d’azione. Che poi ovviamente Fassina e Brunetta declinano diversamente. Per il primo, come dice il titolo del suo ultimo libro, c’è «Il lavoro prima di tutto». E i punti di riferimento sono Ricardo, Marx, Keynes. E allora perché stupirsi della sua vicinanza alla Cgil? «Sa mio papà  che vita ha fatto? — ha raccontato ancora nell’intervista ad A — Quaranta anni nei cantieri, a 1.200 euro al mese, mai una vacanza».
Per Brunetta che, abbandonato il Nobel, sogna anche lui il ministero dell’Economia, la Cgil è invece un potere da battere, come qualsiasi altra cosa abbia radici nel comunismo, lui che ha cominciato da socialista. Ma il suo liberalismo vuole essere non quello dei mercati finanziari bensì quello che premia il merito, partendo dal basso. Lui del resto, come Fassina, viene dal popolo: veneziano, figlio di un ambulante, da ragazzo vendeva col papà  gondolette ai turisti. Ecco perché, alla fine, Fassina e Brunetta, pur su sponde opposte, sono tra loro meno lontani di quanto lo siano dal premier. «Silenziare me e Fassina? Monti non ci riuscirà », sentenzia Brunetta.


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