Strage a Port Said, l’Egitto nel caos

GERUSALEMME — La partita “maledetta” tornata a incendiare le piazze di Port Said, dando nuova linfa all’ondata di proteste già  finite nel sangue venerdì in Egitto contro il regime islamista. Un anno dopo la strage allo stadio di Port Said dove a febbraio dell’anno scorso morirono 74 persone, nell’assalto dei tifosi della squadra locale contro i supporter dell’Al Ahly, il tribunale ha emesso ieri mattina la sentenza condannando a morte 21 degli imputati, tutti ultras dell’Al Masry. Alla lettura del verdetto, si è scatenata la rabbia e la folla a Port Said ha assediato il carcere locale per cercare di liberare gli imputati e assaltato due commissariati a colpi di pistola. Incidenti anche al Cairo dove ieri sera i fumi dei lacrimogeni avvolgevano tutto il centro città .
Nell’assalto alla prigione di Port Said hanno perso la vita 30 persone, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco e sparato gas lacrimogeni contro la folla. Tra le vittime anche un ufficiale e un agente di polizia, e due giocatori di calcio presi in mezzo in una sparatoria con i supporter dell’Al Masry. Centinaia i feriti, mentre l’esercito è stato schierato in strada. I militari stanno già  pattugliando la città  di Suez, dove venerdì otto persone hanno perso la vita nel corso delle manifestazioni per l’anniversario della rivoluzione contro Mubarak, rapidamente diventate proteste contro il nuovo corso impresso dal presidente Mohammed Morsi e dal nuovo governo guidato dalla Fratellanza musulmana.
Mentre la battaglia infuriava a Port Said, migliaia di ultras e tifosi dell’Al-Ahly, la squadra di calcio del Cairo, hanno festeggiato la sentenza nei pressi del complesso grande del club, dove oltre allo stadio ci sono gli studi tv della squadra e il grande museo che ospita i quasi 100 trofei vinti dal 1907. Gli ultras della linea più dura avevano minacciato nuove violenze se il tribunale non avesse emesso condanne alla pena capitale per gli imputati. Gli Ultras Ahlawy sono un gruppo di grande compattezza, ben organizzato e numeroso: sette egiziani su dieci tifano per questa maglia rossa.
Le tensioni fin dal giorno della strage non si sono mai placate, alimentate anche dai sospetti nei confronti delle forze di sicurezza, accusate di non aver agito per impedire la tragedia, anzi, di averla alimentata. Lo stadio di Port Said fu teatro di un’autentica battaglia tra i tifosi locali e quelli ospiti. Secondo molti osservatori gli incidenti furono pianificati dalla polizia o da nostalgici di Mubarak per vendicarsi degli ultras dell’Al Ahly che erano stati in prima linea nella rivoluzione contro il rais. Dopo la fine della partita vennero spente le luci dello stadio mentre la folla di tifosi locali assaltava gli spalti occupati dagli avversari. I sopravvissuti parlano di una scena infernale, con la polizia ferma, mentre la tifoseria di casa accoltellava i fan dell’Al Ahly, gettandoli poi giù dalle gradinate. Nessun verdetto ancora per altri 52 imputati e fra questi ci sono nove ufficiali di sicurezza, atteso per il 9 marzo. Secondo la nuova Costituzione islamista, approvata con un referendum la cui legittimità  è contestata dall’opposizione, la sentenza dei giudici per diventare effettiva deve essere sottoposta per un parere alla più alta autorità  islamica d’Egitto: il Gran Muftì.
Dopo i nove morti durante le manifestazioni per l’anniversario della rivoluzione non si placa nemmeno lo scontro politico. E in serata i manifestanti hanno circondato l’abitazione del sindaco di Alessandria chiedendo le dimissioni del primo cittadino. Il Fronte di Salvezza Nazionale, il principale blocco di partiti all’opposizione degli islamisti, incalza l’inazione del presidente Mohammed Morsi, che ieri sera ha convocato il Consiglio di Difesa e annullato un viaggio all’estero, di fronte al precipitare della crisi — anche economica — nella quale si dibatte l’Egitto e chiede la formazione di un governo di “salvezza nazionale”.


Related Articles

Beirut, una giornata particolare


Il presidente iraniano Ahmadinejad accolto come un eroe, ma non mancano i critici

La visita del presidente iraniano Mahmud Ahmedinejad in Libano non somiglia a quella di un qualunque altro capo di Stato.

Zapatero in picchiata libera

Povero Zapatero e povera Spagna. L’uno e l’altra passati nel giro di un paio d’anni dagli altari alla polvere. La crisi finanziaria, poi economica, poi sociale (4.5 di disoccupati, più del 20% della forza lavoro, il doppio della media europea) hanno asfaltato entrambi. Che ora annaspano in una spirale senza fine.
La militarizzazione dei controllori di volo per riprendere il controllo degli aeroporti pone vecchi e irrisolti problemi sulle liceità  e modalità  di certi scioperi («2400 persone non possono sequestrare un paese»).

Mosca, due anni alle Pussy Riot Stati Uniti e Ue contro la sentenza

Proteste fuori dal tribunale, arrestato lo scacchista Kasparov

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment