Abu Omar, il segreto di Stato non salva Pollari

MILANO — Dieci anni per il generale Niccolò Pollari. Un anno di meno per il suo ex vice ai vertici del Sismi, Marco Mancini, sei anni a tre ufficiali più bassi in grado. L’accusa è quella di concorso nel sequestro di persona dell’ex imam di viale Jenner, l’egiziano Abu Omar. E dopo le condanne definitive di 23 agenti della Cia, a quasi dieci anni esatti dal rapimento alla periferia di Milano, la Corte d’appello sancisce le responsabilità  dei massimi vertici dei nostri servizi segreti in quella operazione avvenuta al di fuori della legge.
«Senza violare il segreto di Stato non posso difendermi», aveva rivendicato in aula, dieci giorni fa, il generale. E sulla stessa scia si erano difesi i suoi ex sottoposti. A rafforzare questa tesi, la lettera con cui il governo Monti (e, prima, quelli di Prodi e Berlusconi) rivendicava come sugli atti dell’inchiesta dovesse calare il segreto istituzionale. Concetto ribadito in un rapidissimo ricorso alla Corte costituzionale per impedire che i giudici milanesi emettessero la loro sentenza. Ma la quarta sezione della Corte d’appello (presidente Luigi Martino) non ha accolto nessun invito — poteva fermarsi prima della camera di consiglio in attesa del nuovo verdetto della Consulta — , seguendo invece la linea invocata dal pg Pietro De Petris e dai procuratori titolari dell’inchiesta, Spataro e Pomarici. Per sapere come andrà  a finire, a questo punto sarà  necessario aspettare nuovamente il parere della Consulta. Nel frattempo, tra le pene accessorie (sospese) a carico degli imputati sono previsti il risarcimento della famiglia dell’ex imam per un milione e mezzo di euro e l’interdizione dai pubblici uffici.
Il rapimento di Abu Omar è tra i più controversi casi giudiziari degli ultimi anni. La guida spirituale del centro islamico milanese, all’indomani degli attacchi alle Torri gemelle, è sospettato dall’intelligencestatunitense di essere un arruolatore di terroristi da spedire per la guerra santa in Iraq. Una mattina sparisce misteriosamente nel tragitto dalla casa a viale Jenner. Appelli della famiglia e indagini sembrano su un binario morto, fino a quando, nel 2005, da un carcere egiziano, Abu Omar telefona alla moglie e le racconta il suo incubo. Quel giorno di ormai dieci anni fa, era stato prelevato da agenti segreti americani, trasportato nella base di Aviano, quindi in una caserma Nato in Germania. Dopo essere stato interrogato e torturato senza alcuna garanzia e titolo, era stato rispedito nel suo Paese d’origine. Alla procura di Milano, serviranno lunghe e meticolose indagini per individuare i responsabili. Basate soprattutto su intercettazioni del traffico telefonico per indicare chi fosse presente in quello spicchio di Milano quel giorno. Il processo di primo grado per Pollari e i suoi uomini si era concluso con un’assoluzione dopo una prima sentenza della Consulta sulla definizione del segreto di stato. La Cassazione, però, ha riaperto i giochi a dicembre, ordinando un nuovo processo e riaprendo i giochi sul segreto. Ieri la sentenza d’appello e le condanne.
Pollari si è detto «sconcertato». Accostando il suo caso a un precedente: «Ricordo che anche Tortora fu condannato a dieci anni». Non si aspettavano la condanna i suoi difensori, gli avvocati Titta e Nicola Madia, che hanno sottolineato come il generale sia stato condannato «nonostante il segreto di Stato apposto da tre diversi governi». «La sentenza deriva da un completo travolgimento dei diritti della difesa», tuonano invece i difensori di Mancini, Luca Lauri e Luigi Panella. «Al nostro assistito non è stato consentito di esporre quanto ritenuto utile per la mancata rimozione del segreto di stato». Tutti i collegi difensivi hanno annunciato il ricorso in Cassazione.


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