Cgil: dialogo con Confindustria sulla precarietà 

Un paese congelato alla fotografia di 14 anni fa, mentre cresce l’area del disagio dove risiedono stabilmente 9 milioni di lavoratori. Sono i dati che la Cgil ha diffuso ieri in un rapporto ricavato dai dati congiunturali diffusi dall’Istat. Il 2012 è stato l’anno choc dell’occupazione, il peggiore dall’inizio della crisi: circa un quarto dei nuovi disoccupati nei 27 paesi dell’area euro vive in Italia.
Snocciolare il rosario dei dati aumenta l’angoscia rispetto ad una situazione che, al momento, non sembra intravvedere all’orizzonte una soluzione. Il tasso di occupazione nella macro-fascia di età  compresa tra i 15 e i 64 anni è scesa di due punti decimali rispetto a novembre 2012 (e -6 decimi rispetto a dicembre 2011), attestandosi a dicembre al 56,4%, il valore più basso dal 2002. Un dato che colloca il nostro paese al terz’ultimo posto in Europa. La cassa integrazione supera il miliardo di ore autorizzate e le domande di disoccupazione e mobilità  sono cresciute nel 2012 di oltre 280 mila unità  rispetto all’anno precedente. A dicembre gli occupati risultavano ancora in diminuzione, sia su base congiunturale (-104mila rispetto a novembre 2012, pari a -0,5%) che su base tendenziale (-278mila rispetto a dicembre 2011, pari a -1,2%) e il loro numero oggi è stimato in 22,723 milioni, lo stesso dato registrato nel dicembre del 2005. Il tasso di inattività  si è attestato al 36,4%.
«In gran parte del nostro Paese si vive in una condizione di miseria e non di povertà . Dobbiamo cercare di ricostruire una capacità  di retribuzione del lavoro che permetta alle persone di non sentirsi povere e precarie, ma di essere in grado di progettare la loro vita» ha commentato ieri a Crotone la segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha rilanciato le ricette contenute nel «Piano del lavoro» presentato qualche settimana fa.
Camusso ha proposto un tavolo a Confindustria: «È straordinariamente importante che si apra una stagione di dialogo anche con tutte le altre associazioni – ha detto – che abbia però anche l’idea di ricostruire perché non si può agire solo sulla flessibilità  e sulla precarietà ». E arriviamo al capitolo forse più interessante del rapporto Cgil, quello sulla «qualità » dell’occupazione. Tra il 2008 e il 2012 il lavoro «tipico» ha perso più di 1 milione di unità , mentre il lavoro temporaneo è in rapida ascesa dal 2010. I dati confermano la progressiva sostituzione di lavoro stabile con il lavoro flessibile: circa l’80% delle nuove assunzioni è temporanea e quasi altrettante ha una durata inferiore ad un anno. Nell’«area del disagio» rientrano a pieno titolo gli «scoraggiati». Dopo un periodo di calo, sono tornati ad aumentare. Questo indicatore, adottato anche dal recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (Ilo) Global Employment Trends 2012 è tra i più ricorrenti nelle statistiche sull’occupazione. Rispecchia una condizione che investe una parte rilevante degli esclusi dal mondo del lavoro non formalmente riconosciuti come disoccupati. Sono i working poors. Secondo il rapporto dell’Osservatorio sulle partite Iva del Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia, nel 2012 c’è stato un aumento delle partite Iva tra gli under 35: 549 mila solo nell’ultimo anno, il 2,2% in più rispetto al 2011. Ad aprire la partita Iva sono le «persone fisiche» e non più solo le aziende. La spiegazione di questo fenomeno la offre Ilaria Lani, responsabile per le Politiche giovanili di Corso Italia: «I giovani sono costretti ad aprire la partita Iva per poter lavorare e la riforma Fornero non è riuscita a fermare questa forma di “abuso”: il 14% dei contratti a progetto negli ultimi mesi è stata trasformata in incarico a partita Iva che è di più facile utilizzo per le aziende». L’aumento più visibile è avvenuto in Campania (+9%), la flessione maggiore in Friuli (-5%). Il settore più popolato resta quello del commercio con il 23,6%, seguito dalle attività  professionali (15%). È il segno che la partita iva viene considerata sempre più come uno status per sfuggire all’area dei working poors. Un fenomeno sempre più diffuso tra i laureati e gli specializzati nel lavoro della conoscenza.


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