Contratti flessibili, la mossa di Monti

MILANO — La sicurezza del lavoro non sta nella difesa delle «muraglie». La sicurezza del lavoro consiste nell’offrire più opportunità  d’impiego. Superamento dello Statuto dei lavoratori, quindi, e flexsecurity, la dottrina che predica maggiore flessibilità  in cambio della tutela di chi oggi un posto di lavoro regolare non ce l’ha.
Mario Monti presenta il suo programma in un luogo simbolico. Una vecchia azienda di cromatura di metalli (nata nel 1921, l’anno fondativo, secondo lo stesso premier, del Pci-Pds-Ds-Pd) oggi convertita in spazio per creativi e design. Il senatore a vita annuncia ai cronisti: non si parlerà  dei temi caldi della campagna elettorale. Solo programmi. E infatti il professore cede il posto a Pietro Ichino e Giuliano Cazzola. Uno arriva dal Pd, l’altro dal Pdl: in comune, «la passione riformatrice». Ichino, candidato per Palazzo Madama in Lombardia, spiega la riforma che ha in mente, stando alla larga dalla parola tabù: licenziamenti. «Le parti sociali dovranno adottare modelli contrattuali meno rigidi e meno costosi». In cambio il governo concederà  «una sensibile riduzione del cuneo fiscale» e alleggerimenti contributivi. Un modello sperimentale. Da applicare a chi ora ha un lavoro precario, magari in nero. Una riforma per i giovani. E per le donne. La modifica dell’articolo 18 è ancora insufficiente, lascia intendere il giuslavorista, è necessario andare oltre, prevedere meno vincoli.
E poi «semplificare», altro mantra dei «riformatori» della Scelta Civica. Tutte le norme che oggi regolano il mercato del lavoro andranno assorbite in un «testo unico», un «codice semplificato» della materia. «Significa superare lo Statuto dei lavoratori?», chiedono. «Sì, certamente», conferma l’ex senatore del Pd: «L’idea che una legge di 40 anni fa sia intoccabile è un’idea conservatrice». Parole che ieri hanno fatto partire un attacco dal Pd. Stefano Fassina, responsabile economico pd, critica: «Di fronte all’inarrestabile emorragia di lavoro che segna la Ue e l’Italia, la lista Monti, invece di indicare un’inversione di rotta sulla politica economica, continua con la svalutazione del lavoro. Il senatore Monti torna all’assalto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Francesco Boccia: «Monti pensa si possa spremere la carne viva del paese, ma il Pd non lo permetterà ». E Cesare Damiano: «Noto che nella Lista Monti sul lavoro c’è una comunicazione difettosa». Intanto ad ora di pranzo il leader pd Bersani, intervistato su Italia 1, aveva già  annunciato sul tema: «Gli ultimi dati sono l’esito di questa legislatura, è un dramma. Invece di parlare di economia reale ci siamo occupati di tutt’altro. Bisogna che ripartiamo da lì».
Il premier, però, ieri a Presadiretta ha rilasciato commenti anche sul tema degli armamenti: «L’Italia ha aderito al programma F35 nel 1999 con il governo D’Alema, ha confermato la partecipazione con il secondo governo Berlusconi nel 2002 e poi ci sono stati ulteriori passi fatti dal governo Prodi e nel febbraio del 2009 dal nuovo esecutivo Berlusconi. Il nostro governo è stato l’unico a ridurre il numero degli F35 da 131 a 90». La conferenza stampa milanese sarà  però ricordata anche per il caso nato intorno alla presunta volontà  di Monti di innalzare ulteriormente l’età  pensionabile. Una brochure distribuita all’ingresso indicava la necessità  di aumentare l’età  di lavoro «effettiva». Una frase ambigua interpretata poi da Giuliano Cazzola come la necessità  di arrivare «nei fatti» (e non solo «dal punto di vista legislativo») agli obiettivi indicati dalla riforma Fornero. Il tam tam nato nel frattempo ha indotto però lo stesso Monti alla smentita in diretta. Dopo un serrato conciliabolo con Ichino, il premier ha ripreso il microfono in mano per «dettare» un comunicato stampa: «Si trattava degli obiettivi indicati dal governo uscente già  raggiunti con la recente riforma». Precisazione d’obbligo. Anche perché nel frattempo le anticipazioni dettate dalle agenzie avevano fatto il giro d’Italia. E le reazioni, dalla Lega a Grillo («una roba da psichiatri»), erano state violentissime. Evidente l’irritazione generale per il cortocircuito mediatico. Al termine, Monti si è appartato con Cazzola e Ichino: «Si è tratto di un misunderstanding», racconterà  alla fine il giuslavorista: «Ma quella frase poteva dare adito a interpretazioni fuorvianti».


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