IL PERICOLO LOMBARDIA

Ciò è accaduto grazie a circostanze fortuite in Piemonte – la dabbenaggine del centro-sinistra e il sospetto di irregolarità  – e ad un successo irripetibile in Veneto, in una zona peraltro di effettivo radicamento territoriale dei leghisti. Il probabile dimezzamento dei voti rispetto alle regionali del 2010 riporta la Lega alle sue dimensioni fisiologiche, di forza minoritaria nel sistema partitico italiano. È sperabile venga sepolto una volta per tutte quell’atteggiamento gregario e reverente nei suoi confronti, definita con toni estatici come militante, presente nel territorio, dedita alla causa, unita e compatta, che circolava anche a sinistra fino all’anno scorso. Dopo che in omaggio alla Lega il federalismo è stato per qualche tempo l’alfa e l’omega di ogni discorso sul futuro del Paese, il clima d’opinione è oggi virato al disinteresse. Invece non vanno sottovalutati i pericoli di un successo del Carroccio. Il rischio che il placido Maroni vinca le elezioni regionali lombarde è reale. Ed è un rischio sistemico. Lasciare tutto il Nord industriale, operoso e prospero in mano ad una forza secessionista mette a repentaglio la tenuta del sistema politico italiano. Da subito si innalzerà  la tensione istituzionale tra potere locale e potere centrale. Si può immaginare fin da ora la guerriglia che si scatenerà  tra i tre governatori leghisti e Palazzo Chigi. Non si tratterà  solo di buffonate come i ministeri al Nord o il parlamento della Padania a Mantova. Una ipotetica macroregione del Nord avrà  in mano molti più strumenti e risorse per innescare un braccio di ferro con Roma. E questo non sarà  che il primo passo verso la mai dimessa prospettiva della secessione. Attivando sia pulsioni localistiche di sciovinismo dei benestanti e di esclusione verso gli altri – un sentimento sempre coltivato dal Carroccio tanto verso i meridionali quanto verso gli immigrati – la Lega trascinerà  le tre regioni in una lotta senza quartiere per indebolire il legame con il centro.
Il frutto avvelenato di questa politica, prima ancora che si concretizzi in qualche strappo, sarà  quello di uno sfregio di immagine all’Italia. Per i partner europei e per i mercati l’Italia tornerà  ad essere un Paese ad alta instabilità  politico-istituzionale. Anche qualora ci fosse una chiara maggioranza di governo al centro, il dominio della Lega al Nord mostrerebbe la potenziale fragilità  istituzionale del Paese, il suo essere sotto la spada di Damocle di una pattuglia di secessionisti irriducibili, pronti a mettere i bastoni tra le ruote ad ogni provvedimento economico-finanziario. Gli osservatori esterni non sono tanto interessati al colore politico delle maggioranze, quanto di sapere con chiarezza “chi è in comando”. Certo non amano i “rossi” ma se ne fanno una ragione se questi danno prova di serietà  e compattezza. Solo che è difficile offrire queste garanzie se al vertice della zona più prospera del Paese opera una forza antisistemica, portatrice di valori antitetici a quelli delle democrazie occidentali (imperniati su apertura, tolleranza e inclusività ), e fautrice di una rottura dell’unità  nazionale. La vittoria della Lega in Lombardia ha un effetto di larga portata, non rimane confinata tra il Po e le Alpi. Incide sul futuro dell’Italia. Ne mette a rischio la solidità  del sistema e la reputazione internazionale di Paese di nuovo solido ed affidabile. Tutti i sacrifici fatti fin qui sarebbero vanificati dalla guerriglia antinazionale dei leghisti e dal conseguente abbassamento del nostro rating esterno.
Il professor Monti ha mai considerato che il suo lavoro rischia di essere gettato alle ortiche per non aver sostenuto l’avversario del Carroccio alle elezioni regionali?


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