La resa degli extraparlamentari

Non c’è più sinistra in parlamento. E forse neanche in Italia. Lo dice uno dei verdetti più categorici delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio scorsi: quello che coniuga la débà¢cle del partito democratico, che nel computo definitivo della camera rimane alle spalle delle stelle debuttanti di Beppe Grillo per circa 45 mila voti, con la consistenza testimoniale o poco più delle altre forze alleate o in concorrenza col Pd. Un risultato in virtù del quale nella prossima legislatura si conteranno sulle dita delle mani i parlamentari che si dichiarano espressamente «di sinistra». Olivero Diliberto si è dimesso dalla segreteria del Pdci e ha convocato un congresso straordinario del suo partito. Lo stesso ha fatto la segreteria di Rifondazione.
Questione di numeri, il cui severo responso non consente margini di consolazione a un Pd che perde più di un elettore su quattro e a una sinistra radicale ridotta ormai a un ruolo ancellare o direttamente estromesse dalle aule parlamentari. Ma questione anche politica, dal momento che l’identità  politica del Pd è sempre più in crisi e incapace di districarsi tra tradizione socialdemocratica, ispirazione liberaldemocratica e giochi di pazienza lib lab.
Difatti è proprio l’eclissi della parola «sinistra» il vero assillo di Bersani e la sua squadra in via del Nazzareno. Nel paese che per mezzo Novecento ha dato albergo all’insediamento del più consistente partito comunista occidentale, nella provincia dove per decenni si sono fronteggiati i Peppone e i don Camillo e dove un cittadino su tre si dichiarava di sinistra «oggi non c’è più la presenza politica di una forza che si dichiari o si richiami in qualche modo alla storia della sinistra», rileva sconsolato un dirigente del settore esteri.
Uno sconforto che intreccia la portata numerica del tracollo del Pd con quella politica. Il risultato ottenuto da Bersani, 8,6 milioni di voti, è di gran lunga inferiore a quelli con cui Veltroni e Rutelli avevano perso le elezioni rispettivamente nel 2008, con 12 milioni di voti come prima prova del Pd, e nel 2001, con 11,5 milioni tra l’allora Ds e la Margherita. Bersani si perde cioè per i seggi più di un elettore su quattro. Il che porta numerosi dirigenti di via del Nazzareno a valutare che «le elezioni sono state una débà¢cle totale per il Pd» pur se alla camera la coalizione capitanata da Bersani ha ottenuto il premio di maggioranza. Della vittoria a Montecitorio, anzi, «dobbiamo ringraziare il buon Bruno Tabacci – osservano i più maliziosi – che ci ha aiutato a stare davanti al Movimento 5 stelle».
Al netto delle malizie, però, il dato più clamoroso è che «dalle primarie Bersani ha perso 8 punti», secondo quanto si calcola negli uffici del Pd. Sorprende soprattutto il fatto che la grande partecipazione alle primarie, con l’enfasi mediatica che l’ha accompagnata, non si sia tramutata in consensi. Ma per lo storico Guido Crainz ciò va spiegato col fatto che «dalle primarie veniva una fortissima domanda di rinnovamento che in realtà  non è stata raccolta dal Pd e da Bersani». Il che probabilmente ha creato l’equivoco. Per Crainz: «un disastro quasi annunciato».
La sinistra scompare nelle urne e scompare nelle amministrazioni locali. Il Pd perde 3,5 milioni di voti non solo rispetto al 2008 ma rispetto ai complessivi 12 milioni che le forze di centrosinistra hanno raccolto più o meno continuativamente dal 1994. La sinistra scompare in Puglia, dove tracrolla l’esperienza dell’amministrazione Vendola, il cui partito rimarrà  il solo a fregiarsi della definizione.
Il risultato ottenuto da Rivoluzione civile alla camera. Al senato la lista guidata da Antonio Ingroia e animata anche da Rifondazione comunista, Pdci e verdi, ha ottenuto l’1,79%


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