La strada proibita del governissimo

La moderna democrazia pluralista vive invece di contrapposizioni e conflitti, temperati da regole condivise che assicurano pari diritti a tutti. Eppure, ad ogni momento critico, da noi, risuona il mito della grande coalizione, della chiamata a raccolta di tutte le forze come se si fosse di nuovo in trincea a combattere l’invasore. Le grandi coalizioni necessitano però di alcune condizioni per dare buona prova di sé, condizioni che attualmente non esistono. La più importante riguarda la condivisione dei principi costituivi del sistema. L’abbraccio tra Pdl e Pd, patrocinato a gran voce dai berlusconiani, non si scontra solo con policies incompatibili su quasi tutto,
ma soprattutto con una concezione della democrazia e del funzionamento delle istituzioni totalmente divergente: populista e irrispettosa dei checks and balances
il Pdl, parlamentare-rappresentativa il Pd. Se non c’è accordo sui fondamentali ogni intesa non regge. Inoltre manca ogni traccia di un sentimento reciproco di affidabilità  e di fiducia: la campagna elettorale condotta da Berlusconi tutta all’attacco del governo Monti, al quale pur aveva partecipato, è sintomatica della disinvoltura politica del Pdl. Legarsi a un partito siffatto significa candidarsi al suicidio politico.
Cosa rimane allora? Semplicemente, un governo di minoranza. Una bestemmia per l’italico benpensantismo unanimistico, ma una pratica corrente nelle democrazie consolidate. Nel dopoguerra, i 2/3 dei governi nei paesi scandinavi sono stati governi di minoranza. In Danimarca il loro numero ha superato i quattro quinti. In altri termini, la normalità  dei governi in quelle democrazie è stato il minority government.
E non è una bizzarria nordica. In Canada dal 2004 al 2011 si sono alternati governi liberali e conservatori di minoranza. Lo stesso si è verificato in Nuova Zelanda e in Olanda con il governo di Mark Rutte. Anche in Spagna sia il primo governo Aznar che il primo governo Zapatero non avevano la maggioranza alle Cortes. Ma questo non ha limitato la loro efficacia tant’è che, ad esempio, il 92% dei provvedimenti governativi dell’esecutivo Zapatero è stato approvato dal Parlamento.
Preso atto che il governo di minoranza non è un monstrum ma una prassi corrente dei paesi democratici bisogna chiedersi se oggi ci sono le condizioni politiche per realizzarlo. Una volta ottenuta la fiducia — o la “non sfiducia” se vogliamo ricordare i tempi di Giulio Andreotti — che, contrariamente ad altri paesi, in Italia deve essere manifestata con un voto di investitura, i governi di minoranza possono muoversi in tre direzioni: la più rischiosa e la meno proficua è quella di ricercare l’appoggio volta per volta sui singoli provvedimenti in Parlamento; la seconda è quella di un gentlemen agreement con un partito di opposizione su alcuni punti qualificanti; la terza punta ad un accordo organico che lascia comunque fuori dal governo gli altri partiti. Il Pd, cui spetta fare il primo passo essendo il partito leader dello schieramento che ha la maggioranza alla Camera, deve muoversi in una di queste direzioni. La più proficua, è quella di un accordo limitato su alcuni punti qualificanti di riforma della politica che sono condivisi sia dal partito di Bersani che da quello di Grillo: riduzione dei costi della politica, taglio delle cariche rappresentative, riforma elettorale, conflitto di interessi, incompatibilità  e ineleggibilità . Ovviamente in agenda c’è ben altro di urgente e necessario, sul piano economico e sociale. Se sulla riforma della politica l’intesa sembra agevole, su questi altri punti (ivi compresa Europa e politica estera) si entra in un territorio sconosciuto perché vaghe e contraddittorie sono le posizioni dei grillini. Ma non si tratta di cercare un’alleanza organica. Si tratta di trovare una via di uscita praticabile ad una inedita impasse, attraverso un governo di minoranza che assicuri la governabilità  per un periodo transitorio in vista di un inevitabile ritorno alle urne. L’alternativa in fondo è chiara. O riportare al governo i berluscones con il loro bagaglio di sotterfugi e trabocchetti, che farebbero a pezzi il Pd in pochi mesi, o un accordo limitato, con obiettivi comuni e con partner “nuovi” probabilmente molto meno inaffidabili di quanto si pensi. In fondo le loro facce pulite sono buon viatico per una politica meno limacciosa.


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