La tassa di Tremonti tradisce Robin Hood

Si sentiva Robin Hood, Giulio Tremonti, quando a suon di fanfara introdusse la sua creatura più amata, la tassa che a suo dire avrebbe ridistribuito la ricchezza prelevando dai super introiti dei colossi bancari, assicurativi e dell’energia. Ma da quando vide la luce, nel 2008, e poi dall’agosto 2011, quando l’allora ministro dell’Economia ritoccò soglie e aliquote dell’addizionale Ires da imporre alle “plusvalenze” delle multinazionali, fino ad oggi, nel settore energetico e del petrolio la Robin tax ha penalizzato più i servizi a rete e i produttori da fonti rinnovabili che i giganti del mercato. Non solo. L’Autorità  per l’energia e il gas segnala, nell’ultimo rapporto presentato a fine gennaio, il sospetto (e a volte la certezza) che molte delle imprese energetiche che pagano la Robin tax la scarichino di fatto sulle bollette dei consumatori.
La legge lo vieta ma l’Authority – che riporta 199 casi “sospetti” su 476 totali (di cui 105 appartenenti al settore dell’energia elettrica e gas e 94 a quello petrolifero) – non ha poteri sanzionatori o di indagine ulteriore, e può agire solo in sede referente, come chiarito dal Consiglio di Stato. Più che da Robin Hood, quindi, semmai è dallo sceriffo di Nottingham che potrebbe prendere il nome la tassa che nel 2011 ha fatto incassare allo Stato 1,475 miliardi di euro, 930 milioni in più rispetto all’esercizio precedente, prelevando soprattutto – è il dubbio dell’Authority che è tenuta per legge a vigilare su eventuali rincari illegali – dalle tasche dei consumatori.
Era Ferragosto di due anni fa quando con un decreto legge Robin-Tremonti ritoccò l’aliquota dell’addizionale Irpef di 4 punti percentuali per il triennio 2011-2013 (dal 6,5% al 10,5%) e introdusse nuove soglie per l’assoggettamento all’imposta (ricavi superiori a 10 milioni, e reddito imponibile maggiore di un milione di euro), rivendicando l’operazione come un capovolgimento dell’operazione del precedente governo Prodi, definita come un «regalo ai ricchi». L’Authority spiega invece nel Rapporto che, a discapito forse dell’«intento originario del legislatore», «quest’ultimo intervento legislativo ha, di fatto, determinato una sensibile contrazione del numero degli operatori interessati dal maggior tributo, specie nel settore petrolifero (il perimetro dei vigilati si è quasi dimezzato rispetto al precedente esercizio)». Infatti, «numerose imprese del settore petrolifero, tra cui società  multinazionali di rilevanti dimensioni in termini di fatturato, non hanno applicato l’addizionale Ires nell’esercizio 2011 in quanto, nel 2010, hanno registrato perdite fiscali ovvero hanno prodotto un reddito imponibile inferiore a un milione di euro».
Per fare un esempio, il gettito dei due operatori di riferimento del settore energia e gas presi in esame dalla relazione tecnica stilata in sede di conversione in legge del decreto veniva «stimato in circa 90 milioni di euro per Terna Spa e di 220 milioni di euro per Snam Rete Gas Spa, per complessivi 310 milioni di euro». Ma «il dato rilevato dall’Autorità  ha evidenziato un’addizionale Ires pari a 104,36 milioni di euro per Snam Rete Gas e 81,32 milioni di euro per Terna, per un totale di circa 185,7 milioni di euro. Per altro verso – si legge ancora nel Rapporto – il gettito di addizionale Ires più rilevante in misura assoluta è stato quello prodotto dalle società  appartenenti al Gruppo Enel, di cui 312,3 milioni di euro dovuti dalla sola Enel Distribuzione Spa». Ma soprattutto «l’ammontare dell’addizionale Ires 2011 che ha interessato i settori dei servizi a rete e delle fonti rinnovabili è risultato pari a complessivi 663 milioni di euro, di cui 600 milioni di euro dai servizi a rete e 63 milioni di euro dalle fonti rinnovabili. Tale gettito rappresenta il 53% circa del gettito del settore elettricità  e gas ed il 45% dell’intero settore energetico».
C’è dunque un «errore» di fondo, nel decreto, che si aggiunge agli eventuali comportamenti illegali delle imprese: per l’Autorità  infatti «è ragionevole supporre» che almeno quei 199 operatori sospetti, “pizzicati” controllando i dati del 2010, «recuperino la redditività  sottratta dal maggior onere fiscale, aumentando il differenziale tra i prezzi di acquisto e i prezzi di vendita». Un rincaro sospetto che in un solo semestre è pesato circa 0,8 miliardi di euro, tutto a «svantaggio economico dei consumatori finali».


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