Lo spettro di Sarajevo sul Pacifico Se Cina e Giappone fanno sul serio

PECHINO — Giochi di guerra o prove di un conflitto che destabilizzerebbe il mondo globalizzato? Pechino e Tokyo hanno fatto un altro scatto nella corsa verso un possibile punto di non ritorno quando una fregata cinese ha puntato il radar di controllo del tiro verso una nave della Marina giapponese. È successo al largo delle isole contese chiamate Diaoyu dalla Cina e Senkaku dal Giappone che le controlla.
Dal 1895, ai tempi della guerra sino-giapponese, quelle otto isole formate da scogli, che sui loro sette chilometri quadrati non ospitano anima viva, sono state in mano ai giapponesi. La sconfitta del Giappone imperiale nella seconda guerra mondiale ha riaperto la ferita che ha ricominciato a sanguinare a più riprese nel corso degli ultimi decenni.
La crisi è riesplosa nell’aprile scorso e da allora ci sono stati sbarchi simbolici di attivisti cinesi partiti da Hong Kong, aerei spediti da Pechino intercettati dai jet di Tokyo, navi che si sono tagliate la rotta. Fino al radar acceso e puntato dalla fregata: è successo il 30 gennaio ma il ministero della Difesa nipponico ha denunciato il misfatto ieri, definendolo «una minaccia».
Attivare il radar in effetti serve a mettere in assetto da combattimento una fregata, vale a dire per orientare il tiro delle sua armi di bordo. L’ambasciatore cinese a Tokyo, convocato d’urgenza, ha respinto le proteste replicando in modo gelido che le isole «sono territorio cinese».
L’arcipelago è situato a 200 km a Nordest delle coste di Taiwan e 400 km a Ovest di Okinawa (Sud del Giappone). Ha una posizione strategica per le rotte commerciali, ma soprattutto ultimamente si è molto parlato di giacimenti di gas e petrolio che sarebbero nei suoi fondali oceanici.
Ora, di Cina e Giappone siamo ormai abituati a discutere solo per il loro peso nell’economia mondiale. Ma a Tokyo è appena tornato al potere Shinzo Abe, nipote di un ministro del Giappone imperiale e militarista che scatenò la guerra e che sembra tentato dal riaccendere la fiamma nazionalista. E anche a Pechino il risentimento è tutt’altro che tramontato.
Alla Casa Bianca e al Pentagono di Washington gli analisti sono in grande tensione: basterebbe che la sfida tra qualche oscuro capitano di fregata cinese e un collega giapponese andasse un po’ più in là  e i cannoni potrebbero svegliarsi. Gli Stati Uniti sono legati al Giappone da un trattato di sicurezza che potrebbe trascinarli in un conflitto non voluto.
Ed è qui che parte il ragionamento che proprio ieri faceva per esempio il Financial Times in un commento prima della nuova fiammata: le ombre del 1914 che si allungano sul Pacifico. Per il giornale della City la Cina, come la Germania cent’anni fa teme che il concerto delle vecchie potenze sia determinato a bloccarne l’ascesa. E i leader d’allora finirono in guerra fatalmente.
Agli inglesi, eredi di un impero, piacciono molto i ricorsi storici. Ma anche gli analisti americani sono sulla stessa lunghezza d’onda e osservano che dal 1949, quando è nata, la Repubblica popolare cinese è stata coinvolta in 23 dispute territoriali su terra e mare. In 17 casi la tensione è stata disinnescata con accordi di compromesso. Ma in 6 crisi Pechino ha usato la forza e le circostanze di quei casi ricordano in misura allarmante la vicenda delle Senkaku/Diaoyu.
Prima analogia: gli scontri a fuoco si sono verificati con i vicini militarmente più preparati, dall’India alla Russia, al Vietnam e all’isola ribelle di Taiwan. Nelle dispute con Paesi più deboli come Mongolia e Nepal, la Cina si è limitata a negoziare da una posizione di strapotere. Tokyo ha una Marina forte e con il neopremier Abe si prepara a potenziarla.
Seconda analogia: la Cina ha aperto il fuoco più per dispute su isole che per questioni di confine terrestre: le rotte marine sono considerate più strategiche anche da un punto di vista economico.
Terza analogia, si è sparato quando i cinesi non occupavano porzioni dell’area contesa e quindi pensavano di avere tutto da guadagnare con una mossa aggressiva.
C’è solo da sperare che a Pechino e Tokyo i governanti abbiano ben presente la storia dell’Europa nel 1914 e non vogliano ripercorrerne la follia autodistruttrice.


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