È Dolan il candidato ombra il Conclave scopre le carte e anche l’America è in corsa

CITTà€ DEL VATICANO â€” Gli americani non si sono ritirati dopo il sacro bavaglio imposto loro dalla Curia romana. Annullati i briefing con la stampa in obbedienza al volere del decano del collegio cardinalizio (Angelo Sodano) e del camerlengo (Tarcisio Bertone), hanno continuato silenziosamente a tessere la tela per un nome interno, un candidato già  considerato papabile all’annuncio della rinuncia di Ratzinger ma poi tenuto volutamente nell’ombra vista l’ascesa di Angelo Scola. Si tratta di Timothy Dolan (63 anni), arcivescovo di New York. Per lui si è mosso di gran carriera il cardinale di Chicago Francis George, suo predecessore alla guida dei vescovi del paese, vero Pope-maker della compagine americana. Ma ora il gioco è scoperto tanto che su Dolan sembrano pronti a confluire non soltanto i voti dei suoi connazionali, ma anche quelli di diversi vescovi residenziali italiani per diversi motivi ostili alla Curia romana e insieme favorevoli a un papato più alla Karol Wojtyla (carisma ed energia) rispetto all’ipotesi Scola: Angelo Bagnasco (Genova), Giuseppe Betori (Firenze), Carlo Caffarra (Bologna) e Crescenzio Sepe (Napoli).
Certo, Scola vanta un buon pacchetto iniziale di voti e resta il candidato di diversi extra europei e di molti dei mitteleuropei, su tutti il “progressista moderato” e primate di Vienna Christoph Schà¶nborn. Una scelta forte, la sua, soprattutto in vista di un ribaltamento della curia romana, la riforma della struttura e la pulizia interna. Eppure Dolan, ostentando indifferenza e non poca ironia proprio in merito alla possibile salita al soglio, avanza forte anche di un precedente: non è un mistero per nessuno che Wojtyla costruì gran parte della sua elezione durante i cinque Sinodi dei vescovi che precedettero il secondo conclave del 1978. Così anche Dolan, che ha guadagnato non poco consenso non soltanto nei recenti Sinodi ma anche e soprattutto nel concistoro del febbraio del 2012. Qui Ratzinger chiese a lui di aprire i lavori. E lui strappò applausi spronando la Chiesa ad annunciare il Vangelo in maniera semplice e diretta, senza fughe cerebrali degne dei teologi. «La nuova evangelizzazione – disse – si compie con il sorriso, non con il volto accigliato».
«Tutto è ancora possibile», dice a Repubblica un grande vecchio del collegio cardinalizio. Una considerazione confermata anche da un astro nascente del cardinalato francese, l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin: «La volta scorsa c’era una figura di spessore, molto superiore di tre o quattro volte al resto dei cardinali. Era un teologo unico. E stiamo parlando di Joseph Ratzinger. Ora non è così. Quindi la scelta deve essere realizzata su 1, 2, 3, 4, 5, 12 candidati… Finora non sappiamo proprio nulla, dovremo aspettare almeno i risultati del primo turno».
È qui, al primo turno, che i due fronti usciranno allo scoperto. E qui che si capirà  se, in opposizione a Scherer, Dolan sarà  un passo avanti a Scola o viceversa. Fermo restando che chi dei due resta indietro, potrà  poi tornare in gara nel caso i due fronti si blocchino senza auto escludersi. Nel “partito romano”, Scherer resta il primo candidato, spinto in queste ore dal cardinale Giovanni Battista Re che in conclave farà  le veci del decano Sodano che, ultraottantenne, resta fuori. Scherer è una scelta molto romana. Non tutti i brasiliani, infatti, sono disposti a votarlo. Nel 2011, quando dovettero scegliere il presidente della Conferenza episcopale, gli preferirono Raymundo Damasceno Assis, arcivescovo di Aparecida.


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