Il giallo delle ultime ore di Chà¡vez «Morto a Cuba, la bara era vuota»

CARACAS — Non è appena un funerale di Stato, il più kolossal che sia mai stato mai organizzato in una democrazia. È una assunzione al cielo, la nascita di una nuova religione, attorno alla bara di un uomo che in tanti nel suo Paese non possono permettersi di aver perduto. Non il suo popolo, incolonnato da giorni in file assurde sotto il sole per vederlo; non soprattutto i suoi successori politici, che hanno come unica speranza per restare in sella quello di averlo ancora come comandante da lassù. Eterno, a dare ordini.
Fuori e dentro il circolo militare di Caracas, l’addio a Hugo Chà¡vez straripa di parole, lacrime e promesse. I suoi hanno imparato la lezione, stupire e non guardare in faccia il buonsenso, come ha fatto lui per 14 anni. Se a qualcuno in Venezuela pareva già  troppo che Chà¡vez potesse riposare nel Pantheon al fianco di Simon Bolivar, ecco l’idea di imbalsamarlo e costruire un mausoleo tutto per lui, «affinché il suo popolo possa vederlo per sempre», come ha detto il vice Nicolas Maduro. E così la sepoltura ufficiale è stata rinviata. Il lutto durerà  una settimana, il Venezuela è fermo, non si lavora, è vietato vendere alcol, non è in programma alcun altro evento, il traffico è sparito. Più importante è permettere al popolo vestito di rosso di accedere alla camera ardente, aperta 24 ore per altri sette giorni. Alla fine saranno un milione, forse di più, a vedere il Comandante nella sua divisa verde, il basco rosso in testa, il volto gonfio della morte, e dopo aver sopportato una fila interminabile. Ha sofferto molto nelle ultime ore di agonia, dicono dall’ospedale. Non è vero, Chà¡vez sarebbe morto parecchi giorni fa a Cuba, poi hanno organizzato una processione con una bara vuota, sostiene il quotidiano spagnolo Abc. Citando presunte fonti militari.
Cibely Martinez, una maestra elementare, si è messa in fila a mezzogiorno di giovedì, ed è arrivata davanti alla bara alle 8 di ieri, venti ore dopo. Ora è accasciata su un marciapiede, aspettando l’autobus, tra contenitori vuoti di cibo, un ombrello, la borsa. «Io Chà¡vez non l’ho mai votato, tutta la mia famiglia è di oppositori. Ma è impressionante quello che sta accadendo e volevo esserci: il politico è stato un mezzo disastro, ma come uomo non ne avremo altri così». Più in là  piange un’altra donna, avvolta in una bandiera rossa: sì è fatta tutta la fila per niente. Arrivata quasi all’entrata del palazzo, è scoppiata una rissa, alcuni si sono sentiti male e un’ambulanza ha fatto scappare via tutti. Prima di arrivare al chilometro abbondante di coda, ecco lo scenario che a Caracas fa parte dell’iconografia della Revolucià³n. La fila di bancarelle. Nulla è più chavista degli ambulanti che vendono materiale chavista. E sempre aggiornati sui fatti. Le magliette stampate nelle ultime ore lo salutano con lo slogan «Chà¡vez vive, la lotta va avanti!», e data di nascita e morte. E poi cappellini, bandiere, poster, foto, cerchietti per capelli, bicchieri termici per il rum, cd, qualunque cosa. Tutt’attorno una distesa di bottiglie vuote, spazzatura varia, gli odori fisiologici della lunga attesa.
Il bello è che gli slogan sull’eternità , le consegne alla fedeltà  li urlano anche dentro la camera ardente gli invitati vip e i militari di regime, attorno a presidenti, ministri e diplomatici attoniti. Applausi ad ogni passaggio della cerimonia, che prevede la dolci note del direttore d’orchestra Gustavo Dudamel, l’enfant prodige venezuelano, quelle sanguigne della musica popolare che Chà¡vez cantava, il discorso commosso del successore Maduro, le parole del vescovo e poi quelle del pastore evangelico. Ci sono tutti gli amici selezionati da Chà¡vez in questi anni. Oltre a tutti i leader del Sudamerica, ecco il «pacchetto» anti imperialista che va da Raul Castro, al bielorusso Lukashenko, all’iraniano Ahmadinejad. Tutti a turno entrano nella guardia d’onore.
Non c’è invece traccia dei tanti venezuelani — poco meno di metà  della popolazione — che invece considerano tutta questa avventura una iattura. E sperano che l’incubo ora volga davvero al termine. Se fosse il funerale di un normale capo di Stato eletto — come Chà¡vez in effetti era — non sarebbe stato possibile dire o urlare buona parte delle cose che si sono ascoltate ieri nel salone del Fuerte Tiuna. Ma il regime dà  per scontato che dopo Chà¡vez nel Venezuela ci sarà  solo il chavismo. Da consacrare con elezioni immediate, tra un mese, pronte a catturare l’intera ondata emotiva. L’opposizione ci proverà  di nuovo con Henrique Capriles e nel frastuono ufficiale tenta timidamente di dire che il dopo Hugo è partito con il piede sbagliato. La Costituzione non dice che Maduro deve gestire la transizione e le prossime elezioni, dovrebbe farlo il presidente del Congresso, Diosdado Cabello.
Rocco Cotroneo


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