Lavoro, idraulici e falegnami addio estetica e take away ultime frontiere

LA CRISI ha cambiato la mappa dei mestieri, ha stravolto la classifica dei lavori artigiani un tempo consigliati a colpo sicuro, ha tolto appeal a professioni che, solo fino a pochi anni fa, si riteneva assicurassero file di clienti e buoni guadagni per riportare in auge arti dimenticate o farne scoprire di nuove. Tramonta il mito dell’idraulico, prendono piede i take -away.
SPARISCONO le botteghe dei falegnami o le micro imprese di muratori, fioriscono i negozi di estetica e quelli dei parrucchieri. Cambia il mondo degli artigiani e per scoprirlo basta dare un’occhiata alle strade cittadine e soprattutto ai registri d’iscrizione delle imprese alle Camere di Commercio. Unioncamere ha monitorato i saldi fra le ditte in entrata e uscita dal 2009 al 2012 e ha scoperto che la crisi è diffusa in ogni campo e in ogni luogo, ma non riguarda allo stesso modo tutte le professioni artigiane. Sono in netta difficoltà  quelle legate ai settori più colpiti dalla recessione – edilizia, calzaturiero e abbigliamento – hanno invece mantenuto saldi positivi altri mestieri tradizionali o professioni legate a nuove tecnologie e nuove abitudini.
Dallo studio si vede che negli ultimi quattro anni sono sparite 31.707 ditte artigiane (spesso individuali o con un pugno di dipendenti): una mutazione sociale, oltre che economica. Traducendo le cifre in «mestieri », lo scotto maggiore lo hanno pagato gli edili: se si fermano i cantieri, si ferma anche l’indotto che gira attorno alla ristrutturazione di case e palazzi. Dal 2009 ad oggi sono scomparsi oltre 10 mila muratori, quasi mille imbianchini, più di 2.500 carpentieri e 1.278 idraulici.
Meno case nuove, meno mobili: falcidiata la professione dei falegnami (saldo negativo per 1.339 aziende). Se sono in crisi i consumi, vanno in tilt anche i trasportatori – oltre 8.500 «padroncini » in meno – e i meccanici che riparano i loro camion (meno 2.470).
Eppure la voglia di mettersi in gioco c’è, magari puntando a servizi alternativi a quelli che non possiamo più permetterci. Ecco quindi in rialzo le quotazioni dei designer (più 1.500 nuove imprese legate però soprattutto al settore del web-design).
La famiglia non va più al ristorante, ma ogni tanto si concede il lusso di non cucinare: ci sono quasi 4mila mini-ditte in più nel take-away.
Stessa linea per l’estetica: rifarsi il guardaroba per tirarsi su il morale è un lusso dei tempi andati (meno 554 aziende di confezioni e meno 513 di calzature artigiane), ma forse ci si può ancora concedere una messa in piega o uno smalto per unghie semi-permanente (più 2.327 fra parrucchieri ed estetiste). L’aumento di giardinieri e aziende di pulizie (3.005 e 7.019 casi iscrizioni in positivo) è spiegabile attraverso la formazione di nuove ditte da parte di ex dipendenti licenziati che si «mettono in proprio» con i soldi della liquidazione. In fondo per aprire un’azienda artigiana ci vogliono più o meno 10 mila euro.
Resta l’esigenza di proteggere le professioni in caduta: «Paghiamo alla crisi un dazio pesante – commenta Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere – ricostruire questa base imprenditoriale non sarà  facile, ma è indispensabile perché le imprese manifatturiere sono custodi di competenze preziose. Anche le grandi aziende, senza di loro, finiscono per impoverirsi».


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