Napolitano: «Non siamo allo sbando E non vedo i rischi di un contagio»

BERLINO — «Non c’è un’Italia allo sbando e in questo senso non vedo alcun rischio di contagio, anche perché per contagiarsi c’è bisogno di prendere prima una malattia e noi non abbiamo malattia». È secca la replica di Giorgio Napolitano alle critiche di Wolfgang Schà¤uble. Secca e orgogliosa, a difesa di un Paese che, oltre a dover fare i conti con le pesanti incognite del dopo elezioni, si ritrova ora ferito anche per le polemiche lievitate nell’intera Europa sull’allarme lanciato dal ministro delle Finanze tedesco.
Per cui ecco che il presidente della Repubblica sente il bisogno di ripetersi e di precisare qualcosa in più, come ulteriore rassicurazione. «Non siamo allo sbando… l’Italia non è senza governo. C’è un governo che resta in carica: il governo Monti, che ci rappresenterà  al Consiglio europeo di metà  marzo, prendendosi tutte le responsabilità  necessarie in continuità  con la sua politica e consultando le forze politiche uscite dal voto».
Non è possibile misurare se, e quanto, queste parole bastino di per sé a ripristinare la fiducia verso di noi, da parte di una Germania che ha la tentazione di associare Roma alla sindrome greca, con analoghi pericoli di trasmissione infettiva. Di sicuro, però, sono le parole che dagli inquilini del Quirinale — «reggitori dello Stato nelle crisi di sistema», secondo la vecchia sintesi di Carlo Esposito, maestro dei costituzionalisti — è giusto aspettarsi, in stagioni di passaggio come quella attuale. Le autorità  di Berlino, a partire dal collega Joachim Gauck, annuiscono con educata (ma a quanto pare convinta) comprensione. Anche perché Napolitano si preoccupa di offrire una garanzia supplementare: «L’Italia non può non seguire la grande strada europea e quindi assumersi le proprie responsabilità  e fare ancora la sua parte di sacrifici».
Certo, il presidente della Repubblica non nega qui a Berlino le nostre difficoltà  di oggi. Non nasconde il fatto che dobbiamo (e in primo luogo dovrà  lui) «gestire un risultato elettorale complicato», su cui incidono moltissimo «la frammentazione e la contrapposizione». Tuttavia, aggiunge, «non può essere che per avere un risultato che ci lascia più tranquilli si facciano accordi a tavolino prima delle elezioni. Si è espresso liberamente il popolo sovrano, quindi dobbiamo confrontarci rispettando la volontà  degli elettori».
Insomma: di qui al 20 marzo, quando comincerà  il gran consulto sul Colle, servono le «riflessioni» dei partiti. Vale a dire che è necessaria quella prevista fase di decantazione antiemotiva che dovrebbe svilupparsi con i dialoghi e i negoziati proprio da lui raccomandati come un’opportuna parentesi, nei giorni scorsi. Una fase che «non può essere accelerata», secondo le pretese incautamente azzardate da qualcuno. «Ci sono degli adempimenti da rispettare», puntualizza il presidente. «Finora — per esempio — non c’è stata neanche la proclamazione degli eletti», e prima del 15 marzo non si avrà  l’insediamento delle nuove Assemblee. Dopo di che si dovrà  procedere alla nomina dei presidenti delle Camere e alla composizione dei gruppi parlamentari. E solo allora la partita si aprirà  davvero.
Sono tutte cose che Napolitano si affanna a spiegare su domanda dei cronisti italiani, ma utili anche ai padroni di casa tedeschi, che probabilmente stentano a destreggiarsi con le faticose procedure, formule e ritualità  della nostra politica. Tanto più difficili da capire in una stagione come questa, gravata dall’incubo dell’instabilità . «Tempi e procedure» di cui non a caso il capo dello Stato ha parlato anche in un colloquio, e in una successiva colazione di lavoro, con Angela Merkel. Sforzandosi di tranquillizzarla sul prossimo futuro del nostro Paese, perché — ha insistito — «l’Italia non è mai venuta meno ai propri impegni in campo europeo e continua a svolgere il proprio ruolo per il consolidamento e lo sviluppo del processo d’integrazione dell’Ue». Non ci saranno pertanto spiacevoli sorprese da Roma — assicura — dove si continuerà  sul «percorso del risanamento finanziario, del consolidamento fiscale e della crescita, puntando ad allargare anche l’orizzonte del dibattito in Europa». La Merkel ascolta ed esprime nuovamente «fiducia nella responsabilità  delle forze politiche che dovranno formare un nuovo governo a Roma». E, al momento del congedo, dopo aver augurato all’ospite «successo nell’adempimento del suo ruolo in questo processo» post elettorale, lo saluta con un garbo non sai quanto esorcistico o diplomatico: «Voi italiani avete il dono della leggerezza, della fantasia e dell’invenzione: ce la farete».


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