Niente intesa sulla spesa pubblica Usa mannaia su asili e missioni militari

NEW YORK — «Rischiamo di perdere 750.000 posti di lavoro, per l’ostinazione della destra a difendere gli interessi dei ricchi». Barack Obama lancia l’allarme dopo che fallisce il tentativo di un accordo in extremis sulla riduzione del deficit pubblico. In mancanza di quell’intesa era inevitabile la mannaia del “sequester”, tagli automatici di spesa. «Sono tagli stupidi e arbitrari — denuncia il presidente — i danni saranno sentiti da tutti i cittadini e in particolare dai più deboli». L’impatto sulla crescita potrebbe essere «mezzo punto di Pil in meno», spiega il presidente riprendendo una previsione del Fondo monetario internazionale, è un danno non trascurabile in una fase di ripresa lenta (l’ultimo trimestre 2012 si è chiuso appena a +0,1%). I disagi? La Casa Bianca ha già  reso noto un lungo elenco di settori colpiti: asili nido, controllori di volo, vigili del fuoco, ispettori sanitari nelle fabbriche alimentari, guardie forestali nei parchi nazionali, ricerca scientifica. E soprattutto i militari, come confermato dal segretario alla Difesa, Hagel: «Sono a rischio tutte le nostre missioni militari».
Poiché la prima tranche di tagli automatici è “solo” di 85 miliardi di dollari, l’Amministrazione federale li spalmerà  gradualmente. I disservizi si sentiranno in modo progressivo, non è detto che già  domani ci siano cancellazioni o ritardi anomali negli aeroporti. Ma l’impatto economico generale preoccupa ancora di più. Proprio mentre si è riacceso un focolaio di sfiducia nell’eurozona in seguito al voto italiano, l’America non può permettersi di alzare il piede dall’acceleratore. La trappola del “sequester” era nota da tempo. E’ il frutto di un compromesso bipartisan raggiunto nel 2011. Non trovando un accordo sostanziale sulle grandi riforme che riducano il disavanzo federale (i repubblicani vogliono tagliare spese sociali come sanità  e pensioni; Obama vuole alzare la pressione fiscale sui ricchi e ridurre le agevolazioni alle imprese), le due parti congegnarono il meccanismo del “sequester” che doveva essere un deterrente. Invece non ha funzionato come tale, non ha reso obbligatorio un accordo. Al
centro della contesa c’è un debito pubblico ormai a quota 16.000 miliardi di dollari. Ma secondo Obama dietro quel debito più che sanità  e pensioni ci sono state altre cause: le due guerre in Iraq e in Afghanistan che l’Amministrazione Bush non volle finanziare con nuove tasse; gli sgravi fiscali che hanno ridotto il prelievo ai minimi da trent’anni. Il presidente aveva vinto una prima partita a Capodanno: di fronte al “precipizio fiscale” i repubblicani avevano accettato un compromesso, e alcune imposte sui ricchi sono già  salite. Ma l’accordo era parziale ed era servito soprattutto a guadagnare un paio di mesi di tempo. Ora l’impasse si ripropone e la destra sembra meno disposta a capitolare. «La discussione su nuove tasse per quanto ci riguarda è chiusa — dichiara il presidente della Camera John Boehner, repubblicano — è giunta l’ora di mettere mano alle spese». Alla Camera i repubblicani hanno la maggioranza e qualsiasi legge di entrata o di spesa deve ottenere un via libera in ambedue i rami del Congresso. Gli 85 miliardi di tagli entrati in vigore da ieri sono solo un assaggio: il totale vale 1.200 miliardi su dieci anni. Solo un accordo bipartisan che risolva altrimenti il nodo del deficit, potrà  scongiurare quelle riduzioni automatiche degli stanziamenti. Uno dei primi rami dell’Amministrazione ad avere reagito, è il Dipartimento di Giustizia: per mancanza di fondi ha mandato 115.000 lettere ad altrettanti dipendenti per metterli in “furlough”, congedo non remunerato. Tra i dipendenti della Giustizia che saranno lasciati a casa fin dal mese di aprile, ci sono anche agenti dell’Fbi. La lentezza con cui entrano in vigore i tagli, ha fatto sì che i mercati finanziari non abbiano reagito con accessi di paura: ieri Wall Street ha avuto una seduta tranquilla. Nei calcoli di Obama, in assenza di un accordo sostanziale su nuove tasse conviene lasciare che scattino i tagli automatici per due ragioni: da un lato questo aggiustamento del disavanzo scongiura lo scenario peggiore di una “Apocalisse del debito” nei prossimi mesi; d’altra parte il presidente calcola che gli elettori se la prenderanno coi repubblicani quando cominceranno a sentire i disservizi. Un sondaggio Reuters/Ipsos indica che il 28% degli americani dà  la colpa ai repubblicani, il 18% al presidente, e il 37% li considera equamente corresponsabili. Il Pentagono subirà  le decurtazioni più pesanti: meno 13% di spese per la Difesa da qui a fine settembre. L’aspetto più preoccupante resta l’impatto macroeconomico. Il premio Nobel dell’Economia Robert Solow ammonisce che «in questa fase la ripresa ha ancora bisogno di un sostegno a base di spesa pubblica in disavanzo», mentre il debito è un falso problema «perché nessuno mette seriamente in dubbio la solvibilità  degli Stati Uniti».


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