Nigeria, Trevisan fucilato dagli islamisti

PURTROPPO era vero: ieri è arrivata la conferma ufficiale, Silvano Trevisan e i suoi sei colleghi rapiti in Nigeria il 16 febbraio sono stati uccisi. Britannici e nigeriani giurano di non aver tentato alcun blitz per stanare i rapitori, ma nel giorno in cui i terroristi di Ansaru li hanno fucilati sulla sabbia del Sahel era in atto la più grande retata governativa mai vista contro gli islamisti di Boko Haram. Un anno esatto dopo la morte dell’ingegner Franco Lamolinara, ucciso l’8 marzo dai suoi rapitori insieme all’ostaggio inglese Chris McManus durante il blitz congiunto delle forze di intelligence nigeriane e britanniche, si ripete la storia e si rinnovano polemiche e accuse.
Sulla sorte dell’ingegner Trevisan purtroppo non ci sono più dubbi. Alcuni dei corpi distesi sulla sabbia, mostrati in immagini molto sgranate tratte da un video di 2’08” che la procura di Roma avrebbe già  acquisito, non lasciano spazio a ulteriori speranze. «Le verifiche effettuate ci inducono a ritenere che sia fondata la notizia dell’uccisione degli ostaggi», ha chiarito ieri la Farnesina, riconoscendo per prima l’ufficialità  del dramma. Ora è il tempo di «costernazione e dolore», espressi dal presidente Napolitano mentre il governo assicura «ogni sforzo » per fermare gli assassini.
Ma in Nigeria arde il fuoco delle recriminazioni. Nei giorni scorsi era in atto una vera offensiva contro Boko Haram, gli islamisti che controllano di fatto il Nord del Paese imponendo Sharia e terrore, incendiando chiese e uccidendo cristiani. Con sette prigionieri europei, senza contare la famiglia francese rapita nel nord del Camerun, e un precedente come quello di Lamolinara e McManus, arrestare e uccidere decine di islamisti si è rivelato un azzardo mortale per l’ingegner Trevisan e i suoi compagni di prigionia. Solo venerdì, il giorno in cui probabilmente i carcerieri di Ansaru hanno “giustiziato” gli ostaggi, 52 miliziani di Boko Haram, tra cui dieci comandanti, sono stati uccisi dalle forze governative, e altri 70 sono finiti in cella. L’operazione ha permesso di sequestrare una santabarbara: tre missili terraaria, dieci lanciagranate, 3 mitragliatori, 17 fucili d’assalto, 11mila casse di munizioni. E bombe a mano, granate, pistole, persino due pick-up allestiti con i lanciamissili per abbattere aerei.
Nella rivendicazione dell’esecuzione collettiva, gli assassini di Ansaru attribuiscono la responsabilità  politica delle uccisioni al tentativo di stanarli ordito insieme dai servizi britannici e nigeriani, esattamente come accadde per Lamolinara. Accusano i britannici di aver inviato «cinque caccia bombardieri, uomini e intelligence a Bauchi» per dar loro la caccia, e di aver arrestato e ucciso uomini e donne. Londra e Abuja hanno subito smentito: quegli aerei, fotografati un paio di settimane fa mentre sorvolavano Abuja, servivano per aiutare i francesi in Mali, non per stanare terroristi e cercare ostaggi. Ma qualche quotidiano nigeriano interpretò in modo diverso, e nessuno registrò smentite per tempo.
Nella polveriera del nord, invece, è atterrato il presidente Goodluck Jonathan per vedere da vicino il disastro ingovernabile delle provincie estreme: ha trascorso due giorni nel Borno — al confine col Bauchi, in cui furono rapiti gli ostaggi — nella capitale Maiduguri dove venerdì i governativi hanno lanciato il blitz anti Boko Haram. Secondo l’intelligence nigeriana, quei razzi sequestrati servivano ad abbattere il suo aereo. Il confine con il nord del Camerun, dove è stata rapita la famiglia francese, è a meno di cento chilometri.
Il potente sultano di Sokoto, Alhaji Sa’ad Abubakar, ha chiesto l’amnistia per Boko Haram per rappacificare il paese, ma i cristiani si sono infuriati e il presidente Jonathan ha respinto. Il nord della Nigeria è un azzardo, per i cristiani: «Riceviamo lettere anonime, dicono che se non ci convertiamo ci uccideranno», racconta un italiano che vive lì da decenni.


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