Sorrisi e cordialità , ma il vecchio amore è solo un ricordo

by Sergio Segio | 18 Marzo 2013 8:07

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Alle parole di Carter («Adesso o mai»), a Begin montò il sangue alla testa, al punto che la visita del presidente americano in Israele rischiò di prendere una cattiva piega, e di mettere in crisi i rapporti tra lo Stato ebraico e la superpotenza. Due alleati di ferro. Questa accadde 34 anni fa, nel mese di marzo, e non è certo casuale che proprio alcune ore fa, due giorni prima dell’arrivo di Barack Obama a Gerusalemme, gli Archivi di Stato israeliani abbiano rivelato i verbali (finora segreti) del Consiglio dei ministri in cui Begin espresse la sua collera durante la visita di un altro presidente democratico non troppo gradito a Israele.
Più che una coincidenza fortuita, la pubblicazione di quei verbali sembra adombrare il pericolo che, al pari di quello di Carter, il viaggio di Obama possa suscitare la collera, sia pur contenuta come quella di Begin, di fronte a un’insolenza americana. Quale sarebbe una eccessiva insistenza sulla questione palestinese: vale a dire sui negoziati oggi a livello zero, sulla contrastata (o addirittura sfumata) soluzione dei due Stati, e sull’annesso, essenziale problema degli insediamenti israeliani nei territori occupati di Cisgiordania.
Barack Obama non può farsi illusioni. Sa benissimo che in Israele è considerato, a memoria d’uomo, il meno amichevole dei presidenti americani. E non solo perché tra i suoi nomi c’è anche quello di Hussein. I suoi rapporti con Benyamin Netanyahu, il primo ministro appena rieletto, non potrebbero essere più freddi. Al contrario di Begin, che espresse la sua collera nei confronti di Carter in un consiglio dei ministri a porte chiuse e che poi fini col firmare gli accordi di Camp David, Netanyahu è andato a esprimere la sua aperta sfiducia in Obama negli Stati Uniti appoggiando in pubbliche manifestazioni il suo avversario, Mitt Romney, durante la campagna per la Casa Bianca dell’anno scorso.
Tuttavia il presidente americano esprimerà  amicizia e solidarietà  allo Stato ebraico, e insisterà  sull’indissolubilità  del legame tra l’America e Israele, senza dimenticare la promessa di impedire all’Iran di realizzare armi nucleari. In una recente intervista a una televisione israeliana Obama ha valutato a un anno il
tempo necessario a Teheran per raggiungere l’obiettivo atomico attribuito agli ayatollah. E il pronostico é risuonato a Gerusalemme come un impegno ad agire entro quella data se fosse necessario. Insomma parole di buona volontà , anche se non vincolanti, alla vigilia del viaggio. Netanyahu ricambierà  esprimendo gratitudine per la comprensione americana nella recente azione israeliana contro i palestinesi di Gaza e per il contributo tecnico all’Iron Dome, lo scudo difensivo anti-razzi creato da Israele.
Ci sarà  insomma un momento dedicato alla liturgia, al fine di celebrare l’alleanza tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico, più che l’intesa politica tra la Casa Bianca e il governo israeliano. La prima, l’alleanza tra la superpotenza e il piccolo ma efficace Paese, visto come un “fortino” occidentale nel Medio Oriente insicuro, è strategicamente irrinunciabile. Ed è basata anche su sentimenti tenuti vivi dalla indimenticabile tragedia ebraica del Novecento. Né si può escludere la solidarietà  per dei coloni in terra ostile, che ricordano agli americani la loro non tanto remota storia.
Se non proprio inquinata, l’intesa tra chi governa a Washington e a Gerusalemme è nevrotizzata, tormentata, dalla questione palestinese. A renderla tale è la situazione in Cisgiordania, dove da quasi mezzo secolo le forze d’occupazione, militari e poliziesche, di un Paese con istituzioni e pratiche democratiche al suo interno, nega i diritti essenziali alla popolazione palestinese. I riflessi sul mondo arabo avvelenano i rapporti con la super potenza, alleata di Israele. In sintesi è il dramma di una terra contesa da due popoli. Un dramma che rifiuta il compromesso. Quindi la ragione, che, come dice Amos Oz, deve sempre condurre a valutare l’opinione del-l’altro, chiunque sia.
In concreto l’interesse strategico dell’alleanza ha prevalso e prevale sull’incertezza dell’intesa politica tra Casa Bianca e governo israeliano. Dopo le pubbliche assicurazioni sulla solidità  del rapporto tra i due paesi, Obama e Netanyahu arriveranno comunque a verità  sgradevoli. Durante il primo mandato il presidente americano, dimenticando il promettente discorso iniziale del Cairo, si è piegato di fronte a Netanyahu, o ha schivato la sua riluttanza a far avanzare il processo di pace, e il suo rifiuto di mettere fine all’espansione delle colonie nei territori occupati, come chiesto dalla Casa Bianca. Obama non si è prodigato per smuovere quel logorante immobilismo
e ha subito la disattenzione o gli sgarbi di Netanyahu. I difensori di Obama sostengono che la situazione mediorientale (l’abbandono dell’Iraq tutt’altro che pacificato, la guerra civile siriana, e l’avanzata dell’Iran verso il nucleare) ha relegato in seconda posizione la questione israelo- palestinese.
Barack Obama non arriva a Gerusalemme con un nuovo piano per la coabitazione tra due Stati, quindi per la creazione di un vero Stato palestinese a fianco di quello israeliano, che resta l’obiettivo dichiarato di larga parte della società  internazionale. Si limiterà  a rispolverare le proposte di Clinton. Ma non troverà  un terreno favorevole. A Ramallah, la provvisoria capitale dell’Autorità  palestinese, dove farà  una tappa importante, non incrocerà  soltanto sorrisi. Gli Stati Uniti hanno tolto mezzo miliardo di dollari di aiuti dopo la promozione della Palestina a Stato osservatore all’Onu, che per Washington doveva essere raggiunta attraverso un negoziato con Israele e non con una singola candidatura. La conseguenza è che i funzionari palestinesi stentano a ricevere gli stipendi a fine mese. A Gerusalemme Obama trova un primo ministro indebolito dall’ultimo voto e con un governo non particolarmente interessato a creare uno Stato palestinese.
Nel 2009 Benyamin Netanyahu dichiarò nel corso di una conferenza a Bar-Ilan, la più americana delle università  israeliane, di condividere l’idea dei due Stati. Da allora non si è mai più espresso con entusiasmo in favore di quella soluzione. E due anni dopo, parlando al Congresso di Washington, disse tra gli applausi che Israele non avrebbe mai rinunciato all’intera sovranità  su Gerusalemme. E questo escludeva di fatto i due Stati, poiché i palestinesi non accetterebbero mai una Palestina senza una presenza a Gerusalemme. Nel frattempo le elezioni di gennaio hanno condotto alla faticosa formazione del 33esimo governo di Israele (il terzo con Netanyahu primo ministro) in cui sono fortemente rappresentati i coloni di Cisgiordania, i più tenaci oppositori di uno Stato palestinese.
Tutti i partiti che lo compongono, ad eccezione della piccola formazione di Tizpi Livni, l’ex ministro degli Esteri, non tengono in considerazione l’idea dominante fuori dai confini di Israele, e ufficialmente sostenuta da Barak Obama. Il partito di Benyamin Netanyahu (Likud), come quello dell’alleato Avigdor Liebermann (Beiteinu), sono molto più decisi dello sfuggente primo ministro nell’escludere uno Stato palestinese. In quanto al partito del giornalista Yair Lapid (Yesh Atid), grande sorpresa del voto di gennaio, otterrà  i vantaggi fiscali per i suoi elettori delle classi medie, ma lascerà  campo libero a Naftali Bennet (Habayit Hayehudi), fervente religioso e re dell’informatica, ma soprattutto guida dei coloni e favorevole alla loro moltiplicazione sul territorio che dovrebbe essere quello della futura Palestina. Il governo che accoglierà  Barack Obama è probabilmente il più a destra nella storia di Israele. E’ dominato da ebrei askenaziti, originari dell’Europa orientale, laici, e per lo più appartenenti a classi agiate. Sono un cocktail di modernità  e di intransigenza.
L’idea di uno Stato unico a lungo tramontata, riemerge a sinistra e a destra, con motivazioni e interessi opposti. Gli estremisti dell’uno e dell’altro campo immaginano, sognano, uno Stato tutto musulmano, o uno Stato tutto ebraico. Entrambi gli obiettivi implicano odio, egemonia, sopraffazione. Il progetto di uno Stato unico binazionale apre la porta a progetti più elaborati. Per Barack Obama sarà  facile spiegare che uno Stato binazionale sarebbe pericoloso soprattutto per Israele, tenendo conto del dinamismo demografico palestinese. Quindi la soluzione dei due Stati, con tutte le garanzie per gli uni e per gli altri, resta la più praticabile.
Ostacoli enormi, come lo smantellamento delle colonie israeliane in territorio palestinese, potrebbero essere superati, mettendo quelle colonie sotto la sovranità  palestinese ma con giurisdizioni particolari. Sono opzioni approssimative, ispirate da un irrilevante desiderio di imporre la ragione. Tanto non troveranno spazio nei giorni di Obama a Gerusalemme e a Ramallah. Dove prevalgono l’intransigenza, la frustrazione e la diffidenza. Ma il presidente americano deve affrontare una tragedia che finora ha trascurato e che è una polveriera in attesa di esplodere.

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