Bersani: uno su quattro ha tradito i Democratici

ROMA — Bocciata l’intesa con il Pdl su Franco Marini, affondato il ritorno alle origini nel nome di Romano Prodi, il segretario del Pd alza bandiera bianca. Alle dieci e mezza di sera Pier Luigi Bersani annuncia il suo addio davanti all’assemblea riunita al Teatro Capranica. Le dimissioni scatteranno una volta eletto il nuovo capo dello Stato, con le votazioni che riprenderanno già  stamattina. «Uno su quattro di noi ha tradito, per me è inaccettabile» dice furioso il segretario con Dario Franceschini che ripete la stessa accusa pochi passi più in là . «Non posso accettare il gesto gravissimo compiuto nei confronti di Prodi e per questo non posso restare alla guida del partito». Dura cinque minuti appena il discorso dell’ormai ex segretario. Il volto teso, il tono dei momenti drammatici: «Abbiamo prodotto una vicenda di gravità  assoluta, sono saltati meccanismi di responsabilità  e solidarietà . Non ci sono aggettivi». Stamattina il partito voterà  scheda bianca, il Pd non ha un candidato ufficiale, la reggenza dovrebbe passare ad Enrico Letta. Al momento viene scartata sia l’ipotesi Anna Maria Cancellieri, avanzata da Scelta civica, sia quella di Stefano Rodotà , che anche ieri ha preso più voti di quelli in mano al Movimento 5 stelle e che adesso viene rilanciata da Nichi Vendola. L’applauso al termine dell’intervento di Bersani non fa certo sparire l’amarezza dal suo volto: «Non mi rivolgo a quelli di voi che hanno pulsioni di autodistruzione ma — dice il segretario prima di lasciare la sala — adesso occorre riprendere contatti con le altre forze politiche. Noi non facciamo il capo dello Stato da soli».
Nel frattempo il partito ha perso anche il suo presidente. Quando Bersani prende la parola al Capranica Rosy Bindi ha già  annunciato le sue dimissioni da un paio d’ore. E lo ha fatto con parole al veleno: «Non sono stata direttamente coinvolta nelle scelte degli ultimi mesi» e «non intendo perciò portare la responsabilità  della cattiva prova offerta dal Pd in questi giorni». Ma le accuse incrociate i soliti sospetti erano partiti ancora prima, subito dopo la bocciatura di Romano Prodi.
Prima ancora che l’ex presidente della commissione europea annunci ufficialmente il suo passo indietro è Matteo Renzi a dire che quella «candidatura non c’è più». E subito dopo è il suo fedelissimo Matteo Richetti a tirare le conclusioni: «È chiaro che non c’è più un partito». Un uno due che non va giù ai fedelissimi del segretario: «A Renzi: la prima gallina che canta ha fatto l’uovo…», scrive su Facebook Donata Lenzi, coordinatrice dei parlamentari pd dell’Emilia-Romagna. «Mi accusano di aver complottato contro la candidatura Prodi? — replica il sindaco di Firenze — Se non ci fosse di mezzo l’Italia sarebbe da ridere. Io le cose le dico in faccia, sempre». Ma non c’è solo il rottamatore sotto i riflettori. «I franchi tiratori del Pd? Provate a chiamare Fioroni e D’Alema», dice il senatore Felice Casson. Lasciando il Capranica Beppe Fioroni risponde di aver fotografato la scheda con la scritta Prodi proprio per fugare ogni dubbio. Ma i soliti sospetti trovano una giustificazione nello stratagemma pensato da Nichi Vendola per allontanare le accuse di boicottaggio: i parlamentari di Sel nella scheda non hanno scritto semplicemente Prodi ma «R. Prodi». E se per Vendola i conti tornano a pensarci bene anche questo è un segnale di quel clima da «cupio dissolvi», come lo definisce Paolo Gentiloni, della terribile giornata del Pd.


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