D’Alema e quel «giochino» capito da giorni Il mal di pancia dei militanti

ROMA — I militanti lo scrivono su Facebook senza farsi problema: «Hanno liquidato la tradizione post-comunista del Pd». E ancora: «Il governo Letta è quasi un monocolore democristiano». I dirigenti masticano amaro, ufficialmente fanno finta di niente, ma tra di loro ne dicono di cotte e di crude.
Per questa ragione Pier Luigi Bersani ieri ha cercato tutto il giorno di «dare una mano» a Enrico Letta «per limitare i problemi». L’ex segretario del Partito Democratico ha spiegato con chiarezza al presidente del Consiglio i termini della questione: «Non possiamo firmare cambiali in bianco per il governo, sennò facciamo fatica a reggere le spinte che vengono dalla base. E non possiamo lasciare campo libero a Grillo e a Sel». Dopodiché Pier Luigi Bersani ha cercato di far capire anche ai dirigenti periferici, che «una volta affossato il governo del cambiamento, il governo Letta è l’unica possibilità  e per questo va sostenuta con impegno e lealtà ». Il che non significa che il «partito non debba avere la sua autonomia» e che si possa «instaurare una normale dialettica tra il Pd e il governo».
Gli ex Ds, comunque, fanno fatica ad accettare l’idea che a loro siano riservati anche ministeri importanti, come quello dello Sviluppo, occupati però da personaggi che non hanno una caratura nazionale, come Flavio Zanonato, bersaniano di ferro. Né sopportano che l’ex ppi Dario Franceschini abbia soffiato al «giovane turco» Andrea Orlando il ministero per i rapporti con il Parlamento.
Ma lo smacco più grosso riguarda il mancato ingresso di Massimo D’Alema nella compagine governativa guidata da Letta. L’ex ministro degli Esteri, che avrebbe voluto fare il bis alla Farnesina, è stato fatto fuori con questa motivazione: altrimenti vogliono entrare anche Berlusconi e Monti e il partito non li può reggere. D’Alema dopo quella spiegazione ha confidato ai suoi: «Tanto avevo capito da giorni il giochino che stavano facendo per tenermi fuori».
Gli ex democratici di sinistra ci sono rimasti male (non tutti, però). Ma lo storico Beppe Vacca, dalemiano della prima e della seconda ora, ha una sua spiegazione per la scarsa presenza della componente diessina del Pd nel governo. Secondo lui «dopo D’Alema e Veltroni non c’è in quell’area l’equivalente di un Letta o di un Franceschini». E a proposito di Veltroni, c’è da dire che anche l’ex segretario del Partito democratico non ha nessuno dei suoi nell’esecutivo.
Non conforta gli ex diessini il fatto che anche due ex democristiani come Rosy Bindi e Beppe Fioroni siano rimasti a bocca asciutta: non c’è nessun loro rappresentante nel governo Letta. Matteo Orfini, però, prova a metterci una pezza: «Poteva andare peggio». Dissapori e malumori potrebbero rovesciarsi ancora sul partito: a tutti i dirigenti continuano ad arrivare email di elettori e militanti sdegnati perché il Pd ha ceduto al governissimo e le pagine Facebook dei dirigenti di Largo del Nazareno sono piene di lamentele, accuse, e persino insulti.
Per questo motivo si sta cercando di correre ai ripari con l’elezione del reggente del partito il 4 maggio. Sta perciò per prendere piede l’ipotesi di non portare lì Guglielmo Epifani. È un ex socialista: sarebbe quindi l’ennesimo posto che gli ex Ds dovrebbero cedere. Di conseguenza ora le ipotesi più gettonate sono due.
La prima, quella di Stefano Fassina: un nome che rassicura l’elettorato di sinistra, un giovane da poter contrapporre a Matteo Renzi. La seconda ipotesi riguarda invece un altro ex Ds, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, avversario del sindaco di Firenze, con cui spesso e volentieri litiga. Lui, per la verità , anche ieri ha smentito, ma il suo nome continua a circolare insieme a quello di Fassina.
Beppe Vacca però mette in guardia il Partito democratico. Secondo lo storico bisogna evitare i rigurgiti massimalisti e scendere ai patti con la realtà : «Il futuro è Matteo Renzi». Come premier, perché quasi sicuramente verrà  modificata la norma dello Statuto del Pd che fa coincidere la figura del segretario con quella del candidato presidente del Consiglio. E Fabrizio Barca è già  in piena campagna elettorale per la segreteria…
Maria Teresa Meli


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Sarà  pur traballante per i colpi subiti con le elezioni amministrative, i referendum e le inchieste sui vari scandali, ma per gli affari personali – giustizia in primis – il cavaliere tiene saldamente in pugno la sua maggioranza parlamentare e continua a servirsene per ottenere l’impunità  nei tanti processi che ancora lo assillano.

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