Il dopo Chà¡vez spacca il Venezuela

CARACAS — «Questa notte è già  molto bella ma più bello ancora sarà  il nostro risveglio» è la frase che arriva nelle case del Venezuela come una scossa d’adrenalina. Sono appena le otto di sera di domenica, urne chiuse da due ore.
Exit poll vietati, nessun dato elettorale a parte comunicazioni non ufficiali che schizzano da chissà  dove sugli smartphone. Vere, false, non si sa. A pronunciare la frase è Ramon Aveledo, un signore maturo con gli occhiali e la barba bianca che siede al centro del tavolo nel quartier generale dell’opposizione. Un paio di secondi e scoppia la bolgia. Come? Cosa? L’opposizione dice di aver vinto. Su twitter dirigenti vicini a Capriles sostengono di avere le proiezioni, il loro leader è avanti del 2,7% nello spoglio, 400mila voti. L’erede di Chà¡vez, Nicolà¡s Maduro, non cinguetta. Il suo account è sotto attacco di hacker peruviani e, fra lo stupore generale, lancia messaggi erotici a Barack Obama. Internet s’eclissa per qualche decina di minuti e il nervosismo esplode.
«Ecco il complotto, il putsch dei militari fedeli a Chà¡vez ». Cambio scena: a piazza Bolivar, nel centro di Caracas, al «Comando Hugo Chà¡vez», Jorge Arreaza, vicepresidente del paese e genero del caudillo defunto, spiega che ha dovuto spegnere la rete perché gli hacker peruviani volevano entrare nei siti del governo e del consiglio nazionale elettorale.
L’adrenalina corre, sui balconi di piazza Altamira, la zona est della capitale dominata dai votanti di Capriles, sbattono le pentole mentre cortei di auto a tutto clacson attraversano i viali. In centro scorrazzano i «motorizados », i motociclisti di Chà¡vez, ragazzi dei ranchos, con le magliette rosse e le bandane colorate intorno alla testa. Va avanti così fino a poco prima di mezzanotte quando Tibisany Lucena, la già  contestatissima presidente del Consiglio nazionale elettorale, legge il risultato del 99,1 percento dei voti scrutinati. Affluenza 78,7%. Maduro, 7.505.000 (50,66%); Capriles 7.270.000 (49,07).
Un punto e mezzo, 235mila voti. Un soffio. Per mezz’ora è l’inferno: fuochi d’artificio, botti, grida, rabbia, gioia. Poi Capriles va in tv. Non in tutte, solo Globovision.
Le reti pubbliche lo ignorano mentre disconosce il risultato. «Il consiglio mente, noi abbiamo altri dati, bisogna aprire le urne e ricontare tutte le schede». Il sistema elettorale venezuelano è completamente digitalizzato ma, per sicurezza, oltre al voto elettronico c’è anche il cartaceo che finisce nelle urne ma non viene mai contato. «Scheda per scheda, tutto a mano — dice Capriles — altrimenti per noi la vittoria di Maduro è illegittima». Una sfida che all’inizio il candidato governativo sembra raccogliere. Ma nella notte ha cambiato idea e ieri sera, con una cerimonia in diretta tv, è stato proclamato nuovo presidente, il primo dell’era post-Chà¡vez.
È un altro strappo, che pesa e divide anche all’interno del movimento degli orfani del «comandante invincibile». Maduro ha salvato la poltrona di palazzo Miraflores per un pelo ma politicamente è uno sconfitto. In dieci giorni di campagna elettorale, e a quaranta giorni dalla morte di Chà¡vez, è riuscito a consegnare agli avversari più di 700mila voti nonostante avesse tutto a suo favore. La macchina elettorale dello Stato, i soldi di Pdvsa, l’holding statale del petrolio, tutte le reti tv tranne una, l’effetto di adesione religiosa alla santificazione del caudillo.
Tutti, anche i sondaggisti, si aspettavano un pieno di voti, come negli anni migliori del Comandante. E invece il Venezuela sembra già  un altro paese nel quale sarà  ora molto difficile radicalizzare la «rivoluzione» e costruire «il socialismo» come tutti gli apostoli hanno giurato all’Avana, davanti a Raàºl Castro, mentre il leader supremo agonizzava. Nel partito, deluso da Maduro, s’affilano i coltelli. Il primo ad alzare la testa è Diosdado Cabello, presidente del Parlamento e capo dell’ala militare del movimento chavista, che ha già  chiesto «una profonda autocritica » per capire cosa sia accaduto da giustificare una tale emorragia di consensi. Cabello è uno
scontento come tutti i delfini che Chà¡vez ha scartato. E solo una larga vittoria avrebbe potuto rafforzare Maduro che ora invece dovrà  gestire una leadership molto traballante anche all’interno del chavismo.
Ad aprirsi ora è una stagione di inevitabile incertezza e probabili scossoni. Mentre Maduro indossa sul petto la fascia presidenziale, l’opposizione annuncia che userà  la piazza per costringerlo ad accettare il riconteggio manuale dei voti: «Chiedo a tutti i miei sostenitori – ha detto ieri sera Capriles – di scendere nelle strade per difendere la nostra vittoria». E l’Oea, l’organizzazione Stati americani, l’appoggia. «Riconteggio necessario » dice anche Insulza, il segretario cileno dell’organizzazione, già  maledetto da Chà¡vez ai tempi del putsch militare in Honduras. Poi interviene anche la Casa Bianca: «La revisione dei risultati elettorali — dice il portavoce di Obama — sarebbe importante e utile». Niente pressioni, solo consigli per garantire legittimità  ad un paese spaccato formalmente in due.
Intanto gli analisti cercano di capire dove sia andata a sbattere la rivoluzione bolivariana così incerta, adesso, senza l’uomo che quattordici anni fa l’ha inventata. Al primo posto tra gli indiziati c’è la criminalità , in crescita esponenziale negli ultimi anni. Poi le avvisaglie della crisi. L’inflazione che sfonda il 30 percento, i prodotti che mancano nei supermercati. E una classe media, una parte della quale ha appoggiato il Comandante contro «los escualidos» (gli squallidi, diceva Chà¡vez) dell’aristocrazia, che ora è sempre più infastidita dai controlli, dal blocco dei cambi, dall’economia verso la recessione e dalla retorica asfissiante dei dirigenti bolivariani. Nonostante le difficoltà  Maduro è risoluto ma l’eredità  della rivoluzione assai confusa.


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