Il governo Coelho accelera sui tagli alla spesa pubblica

Ecco in Portogallo sono ormai mesi che si aspetta l’arrivo della tempesta, ma al momento se ne vedono solo le avvisaglie, sempre più forti, sempre più inquietanti.
È come se in questi mesi il governo si stesse giocando tutte le carte per evitare il disastro, perché in un paese dove tagliare 600 milioni di euro è un problema irrisolvibile, tagliare spese per 6 miliardi è un’impresa titanica.
La bocciatura da parte del Tribunale Costituzionale di parte della finanziaria ha mostrato quanto sia difficile raggiungere gli obiettivi di deficit imposti dal Memorandum della troika all’interno di un quadro definito da regole democratiche. Il consenso sociale, la fiducia nelle istituzioni e nei partiti, tutto evapora di fronte all’apocalisse che si sta vivendo da queste parti. Ma alla troika, alla Commissione Europea, al Fondo Monetario e alla Banca Centrale non importa niente della democrazia, della povertà  e della fame, loro, in questa settimana, hanno espresso preoccupazione esclusivamente per quel che riguarda il raggiungimento degli obiettivi di bilancio.
Così, non appena si è saputo che si era repentinamente aperta una immane falla nei conti, il buono, il brutto e il cattivo, i tre lugubri economisti incaricati dalla troika di seguire il Portogallo, sono corsi a verificare cosa stesse succedendo, a fare pressioni su un governo che tentenna, che si mostra meno deciso di un tempo.
L’alunno buono ha deluso il suo professore e questa volta non sembra esserci perdono. La bonaria tolleranza che i principali leader avevano mostrato ha ormai lasciato il posto a un atteggiamento minaccioso, intimidatorio.
Un esempio: fino a pochi mesi fa sembrava che il Portogallo fosse nell’imminenza di potere tornare a finanziarsi direttamente sui mercati. Adesso no, non più, ci vogliono troppi soldi per mantenere un debito che negli ultimi anni è quasi raddoppiato, ricorda il Fondo Monetario. Poi ci sono i bassi livelli di rating: come può un paese minimamente pensare di potere sostenere autonomamente il proprio debito se questo è considerato un investimento speculativo?
Mentre in Europa si porta avanti una discussione delirante su come farsi ridare in dietro i soldi prestati, con progetti che analizzano vantaggi e svantaggi di varie opzioni, Mario Soares, antico presidente socialista, ora vecchio saggio che, detto per inciso, a suo tempo era stato un feroce sostenitore della richiesta di bailout, lancia una provocazione: noi il debito non lo possiamo più pagare e quindi dovremmo fare come ha fatto l’Argentina, non pagarlo.
Gli anatemi populisti di chi è comunque co-responsabile della attuale situazione di profondo degrado servono davvero a poco, anzi, forse sono più dannosi che altro. Che il malloppo debba essere restituito tra 7 anni, come ha stabilito ieri la troika per Portogallo e Irlanda, importa davvero poco, perché ormai il paese è fallito. La tempesta è imminente certo ma non è ancora arrivata, forse ci vorranno un paio di settimane, forse di più forse di meno, ma la segretezza che circonda tutti i piani della Riforma dello Stato è davvero inquietante, un segno che quel che sta per succedere sarà  veramente pesante.
Dopo due anni di cura di cui ricorre più o meno in questi giorni il macabro anniversario tutti gli indicatori economici, nessuno escluso, sono peggiorati. L’unica misura che è stata adottata questa settimana per cercare di tamponare l’emorragia è stato il congelamento dei bilanci dei ministeri: solo le spese autorizzate dal dittatore delle finanze, Vitor Gaspar, saranno concesse, tutto il resto rimarrà  bloccato. Di fronte all’ecatombe Passos Coelho annaspa, forse traumatizzato dagli eventi sembra sproloquiare. Tra le tante proposte una ha dell’incredibile: tassare il sussidio di disoccupazione e quello di malattia.


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