La carica di quei centouno franchi tiratori Ex Ppi e Sel: non siamo noi, c’è la prova

ROMA — Lo sguardo attonito di Miguel Gotor, consigliere del segretario: «È finita, è finita». Lo sfogo rabbioso del leader socialista Riccardo Nencini, appena fuori dall’Aula: «Per le faide interne stanno buttando a puttane tutto». E dentro, nell’emiciclo di Montecitorio, le facce di pietra dei democratici, che a decine resteranno immobili sui banchi per lunghissimi, angosciosi minuti, a contemplare l’abisso di veleni, rancori, vendette in cui l’intero Pd è precipitato. I bersaniani accusano i popolari, i popolari puntano a dito i dalemiani — che hanno accolto come «una ferita» la scelta di Prodi — Beppe Fioroni giura che i suoi hanno votato tutti l’ex premier, al quale lui sarà  grato per sempre perché lo nominò ministro: «Io non dimentico».
Finché a poco a poco, nel corridoio dei passi perduti, s’insinua tra i fedelissimi del segretario il sospetto che sia stato «quel bastardo» del sindaco di Firenze a rovesciare il tavolo: in combutta con D’Alema. «Qui la prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo — attacca a caldo Paola De Micheli, la faccia allegra della segreteria — Non è stato Matteo Renzi il primo a dire che la candidatura di Prodi non c’è più?». No, il sindaco si arrabbia, dice che i «doppiogiochisti» non gli sono mai piaciuti e che non è stato lui a complottare contro Prodi… I toscani sono nel mirino e accusano gli emiliani, i 40 che già  su Marini avevano strappato e che ora accusano i renziani di «paciugare» con D’Alema e Monti. «Noi emiliani Romano lo abbiamo scelto e votato» respinge i sospetti Maria Cecilia Guerra, senatrice e sottosegretario di Modena.
Cosa sia successo nel segreto dell’urna nessuno lo saprà  mai, l’unica certezza è che si tratta di fuoco amico, fuoco incrociato. «Altro che franchi tiratori, cento voti sono tanti, non è ammissibile, non è comprensibile…», fa di conto Davide Zoggia, sotto choc. È un agguato, una congiura di palazzo… Anzi più agguati, più congiure insieme. Forse due diverse fazioni organizzate. «Non c’è un disegno unico, è una maionese impazzita» sintetizza la crisi il renziano Ermete Realacci.
Parte la caccia ai colpevoli, scatta lo psicodramma collettivo. Chi è stato? Chi ha tradito? I primi a salire sul banco degli imputati sono gli amici di Franco Marini, altra vittima sacrificale di un Pd che scopre, in modo traumatico, di aver cambiato bruscamente pelle. Ma no, i Popolari, che sono una trentina, hanno le «prove documentali» e qualcuno, con riservatezza, mostra il cellulare con la foto della scheda, dove c’è scritto «PRODI». Gli ex dc invitano i cronisti a guardare altrove, a indagare nel campo dalemiano: «I numeri corrispondono, loro sì che sono più di cento». Troppo facile, anche i seguaci dell’ex premier, così come i giovani turchi, tirano fuori i palmari e ostentano la scheda, consapevoli del rischio che corrono perché fotografare il voto non si può. Fiutato il rischio del tutti—contro—tutti i parlamentari si sono attrezzati. «Sapevamo che ci avrebbero messo in mezzo», alza le mani un fioroniano.
Sandro Gozi, prodiano della primissima ora, non ha dubbi: «Dalemiani e popolari». Un grande elettore emiliano ha una tesi più sofisticata, sostiene che i conti tornano alla perfezione, che «Renzi ha cacciato Marini e imposto Prodi, poi lo ha impallinato per sfasciare il partito e farsi la sua lista elettorale sulle macerie del Pd». Vendola, il leader di Sel, esce a razzo dall’Aula e vuole si sappia, subito, che non sono suoi quei 50 voti finiti in regalo a Rodotà : «Siccome lo sappiamo come gira qui dentro abbiamo scritto tutti “R. Prodi”».
Il fondatore dell’Ulivo e padre nobile del Pd bombardato dai suoi parlamentari, dagli stessi grandi elettori che al mattino, all’assemblea del Capranica, avevano alzato compatti la mano per dire «sì, io lo voto, io sono con Prodi».
Ed è da quel gesto che bisogna partire. Dal momento in cui Pier Luigi Bersani, alle nove del mattino, propone ai suoi grandi elettori il nome del candidato ufficiale. Ovazione, con prodiani (e renziani) che scattano in piedi, come un sol uomo, e acclamano l’unità  ritrovata. Ma ecco che Luigi Zanda, capogruppo al Senato, prende la parola e dice che forse, viste le «sensibilità  diverse», servirebbe una consultazione sui nomi ancora in pista. E lo dice perché nella notte i «giovani turchi» avevano dato battaglia, chiedendo primarie tra Prodi e D’Alema. È lo stesso Zanda a concludere che, visto l’applauso energico su Romano, forse la consultazione non serve più… Forse si può votare senza formalismi, per alzata di mano. Nuovo applauso e centinaia di braccia che scattano verso l’alto, spazzando via ogni dubbio: «Il candidato è Prodi, approvazione unanime».
Dieci ore più tardi, alla Camera dei deputati, la maschera collettiva va in pezzi. La presidente Boldrini legge il verdetto di condanna: 395 voti. Centouno franchi tiratori. «È un tiro al piattello», geme Gianclaudio Bressa. «Una guerra per bande», respinge i sospetti il fioroniano Gero Grassi. Anche le giovani leve che Bersani ha portato in Parlamento con le primarie sono sotto accusa. I dirigenti, frastornati, raccontano dei «ragazzini che hanno votato Rodotà » spinti da «qualche decina di mail e sms», se la prendono con «i nostri giovanissimi, che sono come i grillini» e che «appena arrivati vogliono sfasciare tutto». Matteo Orfini mostra il messaggio di un militante: «Inciucioni e incapaci», c’è scritto. «Chi ha alzato la mano in assemblea e poi non ha votato Prodi mi fa schifo», dice ai giornalisti l’ex portavoce di D’Alema. Arriva un cronista di Sky e gli chiede di parlare in tv e lui, per una volta, declina. Ci metta la faccia, onorevole… E Orfini, con una risata amara: «Sempre io? E che palle!».


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