«I Riva coscienti del danno a Taranto»

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La Suprema Corte, nella sentenza 15667, ha sottolineato che il tribunale del Riesame di Taranto il 7 agosto 2012, attraverso «argomenti logici e immuni da interne contraddizioni» abbia evidenziato come «il disastro ambientale» nella vicenda Ilva «era certamente riconducibile anche alla gestione successiva al 1995, quando è subentrato il gruppo Riva nella proprietà  e gestione dello stabilimento e che gli accertamenti effettuati hanno chiarito che l’inquinamento è attuale».
La Cassazione ha quindi sposato il teorema del Riesame, ricordando la «pervicacia e spregiudicatezza dimostrata dai Riva e Capogrosso, che hanno perseverato nelle condotte delittuose, nonostante consapevoli della gravissima offensività  per la comunità  e per i lavoratori e delle loro conseguenze penali» del grave problema ambientale creato dalle emissioni dell’industria già  perseguite negli anni, che hanno causato la «contaminazione di terreni, acque ed animali destinati all’alimentazione in un’area vastissima che comprende l’abitato di Taranto e paesi vicini tali da integrare i contestati reati di disastro doloso, omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, avvelenamento di acque».
In merito al pericolo di reiterazione del reato, per la Cassazione il parere positivo espresso dal Tribunale è legittimo nonostante gli indagati non ricoprano più incarichi aziendali. Del resto, si legge nella sentenza, «i Riva hanno tuttora la proprietà  e sono titolari del gruppo Riva». Stesso discorso per l’ex direttore Capogrosso «tuttora dipendente Ilva».


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