«Silenzio stampa sui giornalisti rapiti»

ROMA — È il momento più delicato della trattativa, per questo deve rimanere riservato. Per il sequestro dei quattro giornalisti italiani Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous catturati nel nord della Siria giovedì scorso, passa la linea del silenzio stampa. È la Rai, su suggerimento della Farnesina, a chiederlo ufficialmente. E l’appello viene subito rilanciato dai familiari. Ci saranno soltanto aggiornamenti sulle condizioni di salute dei reporter per evitare che «notizie sommarie o imprecise possano nuocere all’incolumità  dei colleghi, nostra unica priorità », come è scritto in una nota ufficiale della stessa Rai poi rilanciata dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Fnsi.
Il gruppo era arrivato in Siria il primo aprile scorso, per girare il reportage «Silenzio si muore», per conto del programma «La Storia siamo noi». Erano entrati attraverso il confine con la Turchia e dopo un giorno sono stati fermati mentre giravano un filmato di fronte a una postazione militare e intervistavano un ragazzo del posto. Un gruppo di uomini armati li ha catturati accusandoli di essere spie e poi ha sequestrato le loro attrezzature.
L’area è sotto il controllo dei salafiti e le prime informazioni ottenute attraverso alcuni mediatori locali e dissidenti che vivono nel nostro Paese accredita l’ipotesi che i giornalisti siano nella mani di una fazione di Jabhat Al Nusra, organizzazione terroristica collegata ad Al Qaeda attiva dal 2012.
Sono stati proprio gli attivisti che vivono da anni nel nostro Paese i primi a cercare informazioni, attraverso proprie fonti. «Sappiamo che stanno bene, che sono tenuti tutti insieme e saranno rilasciati presto», ha fatto sapere la blogger Aya Homsi. Le notizie ricevute assicuravano che i quattro reporter avrebbero dovuto soltanto attendere i controlli delle telecamere, delle macchine fotografiche e dei telefonini, prima di essere rilasciati. Dunque un semplice «fermo», destinato a terminare entro poche ore. Non a caso la notizia era stata tenuta riservata.
In queste situazioni c’è il rischio altissimo che venga chiesta una contropartita forte, quindi bisogna tenere il profilo più basso possibile per cercare di chiudere la partita al più presto. Invece i tempi si sono allungati e adesso c’è il timore che si alzi la posta, che all’esito di questi famigerati controlli arrivino richieste ufficiali all’Italia. Un vero e proprio riscatto.
Sono questi i motivi che adesso impongono di mantenere la massima riservatezza su quanto sta accadendo, anche perché si deve tenere conto che in Siria né il nostro Paese, né gli alleati possono contare su una rappresentanza diplomatica. E quindi su una presenza fissa dell’intelligence. Ci si affida ai negoziatori locali, spesso intrecciando canali diversi. Anche perché si tratta di gruppi estremisti che vivono seguendo regole di massima sicurezza e tenere i contatti è molto difficile. Per questo è stata chiesta la collaborazione del governo di Ankara che invece può contare su appoggi nella zona. Secondo alcune indiscrezioni, che però non hanno trovato una conferma ufficiale, proprio in Turchia sarebbero stati accompagnati i due interpreti siriani che erano con gli italiani e sono stati subito rimessi in libertà .
Inizialmente ai negoziatori è stato assicurato che anche i giornalisti sarebbero stati portati oltre confine al termine delle verifiche sulle loro apparecchiature. Ora bisognerà  vedere se questa promessa sarà  onorata, se l’impegno sarà  rispettato. La decisione potrebbe arrivare già  questa mattina. E tanto basta per comprendere quanto difficile e rischiosa sia la situazione.
Fiorenza Sarzanini


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