Sarà  decisiva la data del vertice: intesa più difficile prima della piazza

Va avanti così da due settimane, perciò Berlusconi alla fine si è convinto che deve trattare con Bersani, che le tortuose strade finora seguite dai suoi sherpa si sono tutte rivelate vicoli ciechi. È vero, il leader del Pd si è indebolito nel partito, ormai è sotto assedio. Anche Napolitano ieri è uscito allo scoperto, evocando il compromesso storico del ’76 e ricordando al capo democrat il «coraggio» avuto allora dai dirigenti della Dc e del Pci.
Ma c’è un motivo se Bersani ha reciso il filo che nei giorni scorsi Franceschini — con l’intervista al Corriere — aveva usato per aprire al dialogo con il Pdl, e arrivare così all’accordo sull’elezione del capo dello Stato. Perché se davvero il patto si realizzasse, il nuovo inquilino del Colle chiederebbe alle forze che lo hanno votato un «atto di responsabilità » a cui non potrebbero dire di no. E giocoforza il segretario del Pd sarebbe costretto a piegarsi a un’alleanza di governo con il Pdl: poco importa se composto da ministri politici o — più probabilmente — da tecnici di area riconducibili ai due partiti. Sarebbe comunque la sconfitta di Bersani, che non a caso ieri ha scritto nella lettera a Repubblica «io non ci sarei».
Non è stato un segno di cedevolezza ma una sfida verso quanti tra i democratici vorrebbero portare a compimento l’opera. «Per farlo, dovrebbero sfiduciarmi», ha avvisato Bersani, che resta — dettaglio importante — il «preincaricato». Il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, disponibile da tempo alla trattativa e consapevole che nel Pd gli avversari del segretario «non hanno i numeri per rovesciarlo». Certo, le crepe in quel partito sono profondissime, e Bersani rischia di arrivare alla corsa per il Colle senza la forza sufficiente per imporre un candidato. Sarebbe la disfatta. Ma il potere di veto dei suoi oppositori è pari alla loro debolezza nell’opera di sostituzione. Ecco cosa produce lo stallo e offre al Cavaliere un maggior potere contrattuale nei confronti del leader democratico. Così si approssima al vertice che sarà  risolutivo.
La data del rendez vous non sarà  irrilevante: se davvero il faccia a faccia si tenesse oggi, o comunque questa settimana, l’esito sarebbe (quasi) scontato. Quale accordo potrebbero chiudere, infatti, se il confronto in Parlamento si svolgesse prima dello «scontro» in piazza? Perché è evidente che Bersani ha deciso di organizzare la manifestazione di sabato a Roma per rispondere a quella indetta lo stesso giorno da Berlusconi a Bari. Entrambi marcheranno i rispettivi confini, saranno esercitazioni muscolari che irrigidiranno posizioni già  nette. E così come il segretario del Pd ribadirà  il suo no a qualsiasi forma di governissimo, il Cavaliere insisterà  nel chiedere la «condivisione» per governo e Colle.
L’idea di separare i due temi non convince Berlusconi: «Non mi fido. Cosa accadrebbe dopo l’elezione del capo dello Stato?». Né si fa intimorire da quanti — dal fronte democratico — gli prospettano il rischio di un avvento di Prodi al Quirinale, con urne ravvicinate e Renzi candidato premier. Scherzando, sostiene che — nel segreto dell’urna — il fondatore dell’Ulivo «otterrebbe meno voti dal Pd che dal Pdl». E comunque non cede. Attende solo l’incontro con Bersani per capire se sarà  anche l’ultimo, o se invece sarà  vero quanto gli hanno riferito dei ragionamenti di Marini, uno dei candidati alla presidenza della Repubblica, insieme ad Amato.
Nello «standing», l’ex braccio destro di Craxi sembra essere maggiormente accreditato, vanta il supporto di Napolitano e ritiene di avere Berlusconi dalla sua. Ma a parte l’ostilità  di un pezzo consistente del Pd verso Amato, c’è da registrare il fatto che Marini raccoglie molti consensi tra gli amici più fedeli del Cavaliere. E proprio l’ex segretario del Ppi è convinto che la trattativa tra Bersani e Berlusconi possa dare buoni frutti, perché il leader democrat — a detta di Marini — comprende la necessità  di dare al Paese un capo dello Stato espressione di una larga maggioranza, che a sua volta favorirebbe la nascita di un governo forte. Bersani sarebbe dunque consapevole di non poter reggere un «no» su tutta la linea, ma è da lui e solo da lui che può passare l’intesa.
Difficile prevedere che finirà  così, visto come finora la tela della politica è stata tessuta di notte e disfatta di giorno. Una cosa è certa, in questa fase — per usare le parole del pdl Cicchitto — «non sono ipotizzabili soluzioni deboli per il Colle e operazioni furbesche per il governo. Serve una candidatura forte per il Quirinale e una maggioranza altrettanto forte per palazzo Chigi». Così come la presidenza della Repubblica è l’ultimo architrave che regge un sistema istituzionale ormai imploso, la presidenza del Consiglio è l’unica istituzione che può risollevare un sistema economico ormai a pezzi.


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