Tasse più alte ai ricchi e investimenti in infrastrutture così è ripartita la California

SAN FRANCISCO. “BUILD Your Dreams”, costruisci i tuoi sogni, è uno slogan perfetto per la California. Soprattutto perché è made in China. E questo nome diventa sinonimo di una delocalizzazione di tipo nuovo.
È IL ritorno dei posti di lavoro manifatturieri, dall’Asia verso la West Coast americana. Build Your Dreams non è uno slogan, è il marchio di una casa automobilistica cinese con sede a Shenzhen. Durante la visita in Cina del governatore della California, Jerry Brown, l’azienda ha annunciato gli ultimi dettagli del suo investimento: entro pochi mesi aprirà  uno stabilimento per produrre autobus elettrici. A Lancaster, California. Invertendo così un flusso ormai ventennale di investimenti e posti di lavoro che partivano nella direzione opposta, dalla California verso la Cina. L’annuncio di questa operazione è uno dei successi della tournée di Brown sull’altra sponda del Pacifico. Il governatore è riuscito a vendere ai cinesi di tutto: dal vino californiano ai servizi dei grandi studi di architetti di San Francisco e Los Angeles. L’accordo più importante riguarda la vendita di tecnologie verdi alla provincia meridionale del Guangdong (109 milioni di abitanti) per aggredire l’inquinamento industriale. E’ questa una delle chiavi del miracolo californiano, la stessa ragione per cui Build Your Dreams costruirà  i suoi autobus elettrici non in Cina ma a soli 100 km da Los Angeles: gli investimenti per l’ambiente rendono.
La California è stata a lungo la “bestia nera” della destra americana, il bersaglio prediletto dei neoliberisti, la caricatura ideale di uno Stato “rovinato da politiche di sinistra”. Mitt Romney, candidato repubblicano all’ultima elezione presidenziale, lo disse chiaro: «La California farà  la fine della Grecia». Curiosa analogia, che suona irreale se usata in Europa. Ma per i conservatori americani aveva un senso: la California è sinonimo di troppe regole (ambientali), troppe tasse, troppa spesa pubblica. Due città  californiane hanno già  fatto bancarotta, Stockton e San Bernardino. L’intero Stato avrebbe presto seguito il loro triste destino, secondo la profezia di Romney.
La California non è la Grecia, per tante ragioni, inclusa questa: non ha applicato un’austerity “alla greca” per risanare i propri conti pubblici. Eppure ha ottenuto un miglioramento spettacolare del suo bilancio statale. E’ diventata un “contro-modello”, l’alternativa perfetta da opporre alle politiche del rigore applicate in Europa e che
la destra vorrebbe importare anche negli Stati Uniti. E’ un esempio importante perche` si applica a uno Stato Usa che, preso da solo, ha un Pil superiore all’Italia e analogo alla Francia. Se fosse indipendente, la California potrebbe sedere al G7 al posto nostro. Il rigore soft, nella versione californiana, è anche una conferma che può funzionare la “dottrina Obama”: un misto di razionalizzazione della spesa sociale nel lungo termine, e sostegno immediato alla crescita nel breve termine. Paul
Krugman, premio Nobel dell’economia, invita a trarre le “lezioni da una riscossa”, guardando a quanto avvenuto nella capitale californiana di Sacramento da quando è arrivato Brown.
In effetti il nuovo miracolo californiano deve molto al governatore. Già  due volte governatore dal 1975 al 1983, in una vita precedente fu un personaggio da New Age, figlio dei fiori, con una storia d’amore che lo legò alla cantante pop Linda Ronstadt, e delle intuizioni geniali che gli valsero l’appellativo di Governatore Raggio di Luna (immaginò di mandare un satellite in orbita per la mappatura della California, 30 anni prima che nascesse GoogleMap). Dopo aver studiato buddismo zen in Giappone, aver lavorato come volontario con Madre Teresa di Calcutta, ed essersi battuto per la nomination democratica contro Bill Clinton nel 1992, Brown è “rinato” governatore per la terza volta. La sua battuta preferita: «Karl Marx scrisse che la storia si ripete, la prima volta come tragedia e la seconda come farsa. Infatti mi sto divertendo molto».
Brown non ha tradito i suoi sogni da giovane radicale ma oggi li unisce a un poderoso bagaglio di esperienza. Grande navigatore della politica locale, ha consolidato l’egemonia della sinistra progressista fino a ridurre il partito repubblicano della California sotto la soglia della minoranza di blocco.
In questo Stato che ebbe Ronald Reagan come governatore, e fu il primo laboratorio della controrivoluzione conservatrice con la Proposition 13 (referendum anti-tasse del 1978), Brown è riuscito a far cadere l’ultimo tabù. Ha aumentato l’imposta locale sul reddito rendendola pesantemente progressiva: 13,2% di aliquota addizionale sui redditi sopra il milione (da aggiungersi al 36,9% federale). A chi immaginava una grande fuga dei ricchi dalla California, ecco i dati: l’anno scorso la popolazione di questo Stato è aumentata di 256.000 nuovi residenti, tanti quanto ne ha lo Stato del Wyoming (dove non esiste tassa sul reddito). E nello stesso 2012 la California ha creato 365.000 posti di lavoro in più. Brown ereditò nel 2011 una voragine di deficit: 25 miliardi. Oggi ha un bilancio in pareggio.
Ha affrontato con i sindacati del pubblico impiego il nodo delicato delle pensioni, da riformare tenendo conto della sostenibilità  dei costi e dell’aumento della longevità . Ma non ha guardato solo ai tagli, anzi. Ha investito in infrastrutture: 68 miliardi per l’alta velocità  da San Francisco a Los Angeles. E soprattutto, ha varato la madre di tutte le grandi opere: un avveniristico progetto di bonifica e risanamento di tutti i fiumi e bacini d’acqua, «perché la California abbia un sistema idrico capace di sostenere 60 milioni di abitanti, dai 38 milioni attuali, prevenendo anche gli effetti del cambiamento climatico».
Da 38 fino a 60 milioni di abitanti? «La più eterogenea, creativa e durevole ondata migratoria nella storia dell’umanità : questa è la California, questa è la nostra forza», dice Brown. Non a caso suo alleato è Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che ha appena lanciato a San Francisco un movimento per aprire ulteriormente le frontiere all’immigrazione. «L’economia del secolo scorso — dice Zuckerberg — era basata su materie prime, macchinari, lavoro manuale. Quella di oggi è fondata sulla conoscenza e le idee, che sono risorse rinnovabili e accessibili a tutti. Più accogliamo persone nuove che vengono qui ad imparare, più siamo
produttivi e stiamo tutti meglio».


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