Un mutuo per pagare i contributi all’Inps «Voleva essere a posto»

il letto fatto, i documenti a posto, i due cellulari, i due orologi, gli occhiali di lei e il portafoglio vuoto di lui bene allineati sul comò, accanto al Cristo ligneo con il rametto di palma e l’angioletto custode di ceramica, a cui non hanno più avuto il cuore di chiedere aiuto. Sul tavolo del salotto è rimasta una bottiglia di liquore mezza vuota: forse hanno preso la forza anche da lì. Stremati dai debiti, uccisi dalla disperazione.
Anna che era il ritratto della salute ma negli ultimi mesi aveva perso almeno venti chili e vestiva sempre di nero: «Porto il lutto nella tasca», spiegava ai vicini. Romeo, che non aveva perso del tutto la speranza di rimanere una «partita Iva» nel mondo del lavoro («il commercialista non mi ha ancora cancellato come artigiano», diceva in giro) ma ormai concepiva pensieri di morte («peccato che la farmacia è chiusa sennò andavo a prendermi il veleno», aveva confessato accorato alla cognata Rita durante l’ultimo pranzo di Pasqua).
Così, giovedì notte, si sono chiusi la porta alle spalle, mentre nell’altra camera il fratello più grande di Anna, Giuseppe Sopranzi, 73 anni, dormiva profondamente e non s’è accorto di nulla. Non avevano avuto figli, Anna e Romeo, così come Giuseppe che non s’era mai sposato. E in tre vivevano ormai da molti anni, famigliola affiatatissima, nella casa all’interno 3 di via Calatafimi 40, al primo piano, nel centro di Civitanova, un tempo la piccola Rimini delle Marche, ma oggi sempre più cittadina strangolata dalla crisi del calzaturiero e della marineria, dell’edilizia e del commercio, con le griffe che se ne vanno da Corso Umberto I in un clangore di saracinesche abbassate.
Quando Giuseppe, ieri mattina alle 9, ha scoperto di essere rimasto solo al mondo e in quella casa, ha preferito morire anche lui, ha raggiunto la scogliera al Molo Sud del porto e si è lasciato andare mentre soffiava forte il «garbino», il vento di qui, e il mare era agitatissimo. La Guardia Costiera l’ha visto annaspare in mezzo ai flutti e gli ha lanciato una cima, ma lui l’ha rifiutata. Insieme avevano vissuto e insieme hanno voluto morire, tutti e tre.
Anna Sopranzi prendeva la pensione sociale, circa 500 euro al mese. Bastavano giusto per l’affitto di casa, che però da 4 mesi non riuscivano più a onorare. Il proprietario, Mario Pagnanini, li conosceva da una vita e voleva loro un gran bene, perciò non li assillava, «non vi preoccupate, me li darete con calma», ripeteva ai suoi tre sfortunati inquilini. Anche Giuseppe Sopranzi era pensionato, percepiva circa 900 euro, aveva lavorato per molti anni come operaio in un calzaturificio della zona e adesso si dedicava alla sua più grande passione: il mare. Aveva un capanno vicino al fiume Chienti e ogni mattina andava alla foce a guardare le mandrie e i pescatori. Così passava il tempo, prima di tornarsene a casa per il pranzo, dove l’aspettavano i piatti poveri ma gustosi che la sorella Anna preparava a lui e a Romeo con devozione. Anche nell’ultimo atto, Anna ha pensato a Giuseppe, lasciandogli una busta con 600 euro in contanti, «questi sono per Peppe», c’era scritto in un biglietto ritrovato in casa.


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